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Dal Forte di Ospedaletto al Lago di Cavazzo

Complice una rimpatriata fra amiche, incuranti della pioggia battente e continua, insieme a un gruppo di avventurieri ben assortiti e di tutte le età, abbiamo organizzato una micro gita al Forte di Ospedaletto (Gemona) e al Lago di Cavazzo. La giornata era propizia: il meteo dava nubifragi altalenanti e a Ferragosto mancava ancora qualche giro di orologio. Questo voleva dire che:

1) non avremmo trovato nessuno lungo il sentiero,

2) i cani avrebbero potuto correre liberi in montagna.

Di cani, alla fine, ce n’era solo uno: il mio. 🙂 Il branco era ben nutrito. C’erano persino due piccole principesse, che si sono innamorate istantaneamente del lupo-orsetto e, come prevedibile, hanno deciso che lui sarebbe stato loro per tutta la durata della gita. Merry non è mai stato a contatto diretto con bambini under-10 anni e, la sua gioia nell’incontrare di nuovo persone verso cui prova il più sincero affetto è stata tanta che, resosi conto di chi sarebbe stato presente, ha mostrato tutta la sua esuberante gioia di lupetto felice e rinvigorito dalla cura. Come? Beh 🙂 Alzandosi “in piedi” e leccando il viso a tutti, scodinzolando e saltellando. Preciso 😀 : questo “trattamento” lo riserva solo a chi è veramente felice di incontrare. In genere è molto compìto. Quando, però, incontra le persone, che ha associato alle gite divertenti… bè, lì è tutto un altro discorso 😀 e lo capisco. <3 Non fosse per un certo contegno, pure io salterei a fare le feste a tutti 😀

Al Forte di Ospedaletto ci si può arrivare agevolmente sia da Gemona, sia da Venzone, trovandosi a metà strada fra ambo le località. L’accesso al sentiero, che conduce verso lo sterrato in salita –  facilmente percorribile a piedi in una 20ina di minuti – non è molto segnalato ma, dalla piazza (riconoscibile dalla rotonda), si imbocca la strada con san pietrini che scorre, abbastanza stretta, tra le case, si supera un ponte della ferrovia, girando subito a sinistra e poi si può parcheggiare. Il sentiero parte a pochi passi di distanza. Se non ricordo male, dovrebbero esserci anche delle panche da pic nic, per le giornate di sole.

Avuto l’ok dai genitori delle bimbe, ho sciolto Merry lasciandolo libero di divertirsi annusando, correndo, scalando ed esplorando i rovi, cunicoli e piste della montagna. Lui, pur allontanandosi ad esplorare il territorio, ci ha sempre “tenuto d’occhio” e, richiamato per evitare alcuni camion lungo il sentiero, ci ha ascoltato con una buona rapidità nella risposta e nel presentarsi a noi, facendosi mettere il guinzaglio senza problemi.

Vi confesso che provo ancora ansia nello scioglierlo ma, abbinando il lavoro al guinzaglio, alla linea, all’ubbidienza e alla fiducia in libertà, sto ottenendo risultati positivi, senza mai dimenticare il senso di responsabilità e la scelta dei luoghi più adatti alle corse libero. In questo caso, potevo lasciarlo perché, visto il meteo, non c’era effettivamente nessuno in giro (escluso i camion che lavoravano nella gestione degli alberi lungo il sentiero). Lui non è “cattivo” è solo un cane di taglia grande dall’aspetto lupino, che ama il selvatico di campagna e che, vista la mole poderosa, può spaventare le persone solo con lo sguardo. Per il resto, è un cagnone con la testa sulle spalle.

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Salendo, siamo giunti al Forte di Ospedaletto, una costruzione militare, accessibile gratuitamente per umani e cani, caratterizzata dalle postazioni per le mitragliatrici, luoghi di vita quotidiana dei soldati e spazi per le munizioni. Vi è anche una sezione informativa/museale al suo interno, anche questa gratuitamente accessibile. Giunti in cima, il temporale ci è venuto a trovare portentoso. Pioggia battente, a dirotto, ci ha spinto a trovare rifugio all’interno dei corridoi interrati eppure illuminati dalla luce del giorno, che filtrava dalle feritoie in pietra, a bordo suolo. Storie di vipere, di orsi, di viaggi: il lupo pattugliava la zona senza allontanarsi mai troppo, pur con l’entusiasmo e l’irruenza di chi si sta divertendo un mondo ad esplorare sotterranei, buio, pozze d’acqua e cumuli di macerie abbandonate.

Esiste qualcosa di più bello di un Alaskan Malamute che, sotto un acquazzone furibondo, lascia il sentiero per tuffarsi in un campo di erba alta e fare il “pesce salterino“, correndo, saltando a tuffo nei cespugli, per poi fiondarsi di nuovo vicino al branco e davanti, a segnalare la strada verso le auto? Per me no.

Purtroppo, il temporale ci ha costretti a una ritirata strategica verso luoghi caldi, dove cambiarci i vestiti bagnati (i k-way non coprono tutto e in pochi avevano le cerate dietro… io, per l’emozione, mi ero dimenticata a casa tutto: torce, giacca, ombrello, k-way… avevo tutto il necessario per “tenere” Merry in ogni possibile situazione… ma per me, non avevo nulla).

Tornati a Tolmezzo, ci siamo fermati a pranzo nel Ristorante Carnia, in centro: ve lo consiglio!! Non solo hanno un menù spettacolare, non solo producono la pizza con la pasta integrale, non solo hanno un parcheggio interno…. la proprietaria e i camerieri amano i cani così tanto che, dopo varie “insistenze”, mi hanno portato il controfiletto arrosto (gratis) per il mio Malamute. Avete capito bene! Controfiletto arrosto per il mio cane e…. cane dentro la stanza ristorante, insieme a me!

Merry, dal canto suo, stanco morto delle corse mattutine, si è spalmato a terra, svegliandosi solo al profumo di pizza e arrosto. Come non capirlo? Durante tutto il pranzo, con mia grande soddisfazione, è stato tranquillo, non invadente, ha ubbidito al “terra” senza discutere, abbaiare o mugulare e non ha mai dato segni di stress. Un cane normale, insomma; per chi ci guardava da fuori, un cane educato. Per me, invece, un cane che ha fatto tantissimi progressi e che, finalmente, posso portare ovunque, indipendentemente dalla quantità di gente, cani, stimoli, complicazioni.

Divorato il tiramisù fatto in casa, ci siamo diretti verso il Lago di Cavazzo. L’allegra brigata, dimezzata dal temporale, non era mai stata al Lago dei Tre Comuni. Abbiamo beccato un raduno di parapendio, una sorta di sagra misto a gara. Non paghi, abbiamo anche incontrato un branco di otto lupi cecoslovacchi, un rottweiler, qualche pastore australiano, barboncini, meticci vari di tutte le taglie. Sono stata molto felice nel notare la serenità con cui Merry si è approcciato, a distanza, alla stragrande maggioranza di loro, innervosendosi un poco solo con il Rott maschio ma, senza dare in escandescenza. Anche l’altro è stato esemplare, devo dire.

Sono felice di aver incontrato così tanti cani al Lago di Cavazzo perché mi era giunta voce ci fosse una sorta di ordinanza comunale contro i cani, per impedire loro l’accesso. Ora, non so se questo sia vero e il limite non rispettato oppure se sia solo frutto di un passaparola “mal riuscito”. Sta di fatto che, al Lago di Cavazzo si incontrano miriade di cani, tutti al guinzaglio (a parte i più piccoli) e i proprietari sono educati.

La giornata è finita fin troppo presto. E’ stato bello ascoltare le storie di caccia, vedere i video “di lavoro” della nostra compagnia insieme al suo Drahathaar. Spero di poter passare ancora del tempo insieme a queste splendide persone, a cui voglio un gran bene e che, come sempre, ringrazio con gioia.lago_cavazzo_cani4

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Avventura sul Massiccio del Canin

Questa domenica abbiamo vissuto davvero un’avventura sul Massiccio Del Canin! Il meteo ci sta regalando la permanenza della neve sul sentiero dei fiori e tutto lascia intendere che, a settembre, qualche cumulo sarà ancora presente a queste altitudini.

La meta era il Massiccio del Monte Canin, massiccio carbonato fra i più importanti delle Alpi Giulie Occidentali. In quest’area, nel 2011, è stato scoperto un abisso carsico profondo 495 metri, che ha portato questo rilievo al settimo posto al mondo per verticale di profondità. Gli ultimi dati sulle esplorazioni di questa cavità hanno elevato la misurazione a 630 metri.

Per giungere sulla Sella Bila Pec, ad ammirare il panorama carsico dall’antica postazione italiana dei cannoni della Prima Guerra Mondiale, che puntavano verso la linea del fronte autriaco, sulla Piana del Montasio, abbiamo seguito l’SS13 da Venzone fino allo svincolo per Sella Nevea e, parcheggiato nel primissimo parcheggio, da cui si accede alle piste da sci, abbiamo preso la funivia per salire al rifugio Gilberti. Con noi: Stella, l’akita inu bianca e i suoi umani, esperti nell’escursionismo di montagna.

Sia io, sia Merry, non avevamo mai preso la funivia fino a ieri. Per coloro i quali fossero interessati, l’ingresso ai cani è consentito e non c’è un sovrapprezzo. Il biglietto ha un costo di 10,00€. Devo dire che Merry è stato ineccepibile: siamo saliti sulla pavimentazione bucherellata di plastica, l’ ho legato alla ringhiera per andare alla toilette, siamo passati oltre i tornelli, saliti sulla cabinovia e lui è stato sempre tranquillo, fiducioso, non ha mai dato segni di blocco, agitazione, nervosismo. Vi dico questo perché sono tutti momenti di “stress” potenziale per il cane : entrambi i nostri pelosi, invece, sono stati coraggiosi, in particolare la piccola Stella, più titubante nella salita sulla funivia in movimento.

Il Monte Canin,  supera i 2500 metri di altezza ma, noi, partendo dal Rifugio Gilberti, 1850 metri di altitudine, abbiamo risalito il Monte Bila Pec e Monte Ursic per arrivare sull’omonima sella Bila Pec, da cui si può accedere al versante Nord del Canin. 

Dunque: uscita dalla funivia, ammirato il paesaggio mozzafiato, ho capito che sarebbe stata un’escursione impegnativa ma, confidavo nelle mie guide, persone verso cui ho la massima fiducia e stima.

Lasciato il Rifugio Gilberti alle nostre spalle e imboccate… le rocce innevate sul lato destro, ci siamo incamminati: Merry era felice di stare sulla neve ma, doveva collaborare con me, non farmi cadere, non andare dove lo portava il naso e, cosa più importante, tenere un passo prudente, lento e al mio ritmo. Non è stato facile arrivare a tutto ciò, mi sono dovuta imporre perché la sua idea era di fare “il matto”.

Per quanto comprendessi la sua gioia, avendolo al guinzaglio e, poi, legato alla mia vita con la cintura da dog trekking, avendo anche molte persone intorno, non potevo neanche lontanamente sognarmi di lasciarlo fare ciò che aveva in mente: tirare, andare, giocare. Abbiamo imboccato la neve non ancora molto battuta e abbiamo superato rocce piane e appuntite: la neve era pericolosa perché, ai lati, laddove si stava sciogliendo, emergevano fessure che lasciavano intendere vuoti e altre rocce sottostanti. Un piede in fallo, un errore, una disattenzione e sarebbe stata una caduta assicurata.

Superato il primo tratto difficile, imboccando il sentiero sassoso, che si arrampicava sulla costa del monte, largo a tratti tre piedi, a tratti uno, ho pensato di aver superato la parte più difficile. Quindi, legato Merry alla linea, gli ho dato il comando “Hike” e siamo partiti: se non ci fosse stato lui a “trainarmi” in alcuni momenti, sarebbe stato difficile. Dovevamo stare in fila indiana ed eravamo secondi: di fronte, l’umano di Stella e dietro la sua umana.

D’improvviso, alzo gli occhi verso il proseguo del sentiero e vedo ciò che non avrei mai e poi mai (pensato e ) voluto vedere: un dogo argentino maschio (fortunatamente al guinzaglio), che punta Merry. Con Stella, cagnolina non così troppo lontana al calore (ha 7 mesi e si sta sviluppando). Il sentiero era stretto e, alla mia sinistra, lo strapiombo. La nostra guida è riuscita a trovare un’insenatura dove fermarci, aspettando che il dogo e i suoi umani ci superassero. Come salvarci la vita tutti da sicuro attacco dei due maschi, se si fossero guardati negli occhi e avvicinati?

Mi sono ricordata di un gesto visto in fase di addestramento: ho chiuso gli occhi a Merry con la mano. Gli ho impedito di vedere il cane avvicinarsi e l’altro, non avendo nulla per “agganciare” la sfida, è passato oltre “senza colpo ferire”. Il mio stomaco si è rilassato solo quando abbiamo messo duecento metri fra noi e il cane. alaskan-malamute-neve

Il relax non è durato tanto anche se è stato piacevole. La strada proseguiva….. nella neve, orizzontale alla montagna appena salita. Fino a quel momento, pur vedendo che tutti gli escursionisti imboccavano quella parte di tracciato, volevo essere ottimista e, dentro di me immaginavo di continuare sul sentiero roccioso che, magari, avrebbe allungato un pochino ma, ci avrebbe portati “comodi” in vetta senza per forza dove attraversare orizzontalmente un “costone” di montagna.

Quando ho capito che “non ci sarebbe stata altra via”, la paura si è impossessata di me.

Avevo il cane legato e non era possibile slegarlo (anche se sarebbe stato più saggio, forse. Non avevo neanche le racchette da neve. Avevo solo i miei scarponcini da sterrato, completamente inadatti per una camminata ripida, in pendenza, su neve di luglio.

Non volevo guardare a sinistra perché mi sarebbero venute le vertigini. Guadavo i piedi e Merry era tanto contento di andare sulla neve, lui si sentiva sicuro. Lui. Io, non ricordo come, arrivata a metà, con le gambe dure dalla tensione……. devo aver messo un piede male oppure su un “appoggio nevoso” sbagliato oppure ho perso l’equilibrio e sono caduta, scivolando verso il basso, di pancia, senza sapere come fermarmi, sul costone pendente e verticale, innevato.

Merry mi è venuto addosso per vedere come stavo e, forse, se fossi stata più lucida, dandogli il comando “Avanti-Tira” sarebbe stato in grado di issarmi su fino al sentiero. Ma ero bloccata dalla paura. Sapevo, infatti, che a pochi metri più in basso, c’erano rocce lungo il percorso. Non so a cosa stavo pensando. Ricordo solo una riflessione stupida: “Se mi faccio male, chi riporterà la macchina ai miei genitori?

Per fortuna, l’umano di Stella è venuto in mio soccorso e mi ha “tolto dal panico”, aiutandomi a girarmi, alzarmi e fare altri passi, tenendomi Mercurio. Avevo troppa paura: sono caduta di nuovo. Questa volta, però, mi sono girata da sola e, strisciando lateralmente, rimanendo seduta, ho raggiunto le rocce più vicine, riuscendo a risalire il sentiero solo con il pensiero: “Vai avanti, non fermarti, non fermarti, ce la puoi fare“.

Ripreso Merry e ri-legato alla mia linea, abbiamo ricominciato il percorso di salita che, per fortuna, non ha avuto nessun tipo di problema ulteriore. Merry è stato un angelo: teneva il mio passo e aveva smesso subito di cercar odori o marcature. Si era messo a camminare davanti, aspettando la mia lentezza nel salire.

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Davanti a tale panorama,  mi sono sentita dire: “E’ uno spettacolo! Ne è valsa la pena! Lo rifarei”. Oggi vi direi di no, che non lo rifarei. Ma, probabilmente, un giorno lo rifarò: quando sarò meglio equipaggiata e con maggiore esperienza di montagna.

In cima, oltre alle postazioni della Prima Guerra Mondiale, abbiamo trovato una miriade di fiori. La neve ha ritardato la fioritura di tutte le varietà presenti su questo percorso: ciò nonostante, è stato bellissimo scoprirli, essere immersa nel loro profumo, toccare il cielo con un dito, sedermi a fare un pic nic con i miei 4 angeli di soccorso e riuscire, finalmente, a sorridere.

Credite copyright by M.D.M.
Credit e copyright by M.D.M.

Ora bisognava scendere e c’era solo una strada per farlo: quella appena percorsa. Merry, stavolta, vista la pendenza e la pericolosità in discesa, era passato dalla linea al guinzaglio. Il sentiero roccioso l’abbiamo fatto con l’ordine:”Piede” e “Dietro”, che lui non ha mai messo in discussione. A metà strada, chi ti troviamo?

Un Pincher sull’anziano andante e, alla mia domanda (scontata, cos’altro poteva essere?): “Maschio o femmina” il proprietario ha risposto: “Maschio e morde. E il tuo?” la mia risposta fulminea è stata: “Sì, anche il mio. Cioè, non morde, se gli altri lo mordono, risponde”. Ero troppo nel pallone per tutto, che non riuscivo nemmeno a dire cose sensate.

Cavallo vincente non si cambia: strada stretta, 3 persone, io e due cani maschi che dovevano passarsi a fianco e NON attaccarsi con, a disposizione, 10 centimetri di distanza fra l’uno e l’altro. Bendato Merry con la mia mano, l’ho guidato con la voce oltre il Pincher. Il tempo di tirare un sospiro di sollievo che, mi sono trovata da vanti lo stesso percorso orizzontale, nella neve, da percorrere. Merry è passato di mano all’umano di Stella, Stella è andata con la sua umana e io ho preso le racchette, cercando di non perdere l’equilibrio (il mio lato destro è meno “equilibrato” del sinistro… in genere). Avrò impiegato 15 minuti per fare 20 metri orizzontali obliqui sulla neve! Ma ce l’ho fatta senza cadere. Alcuni tratti, bagnata fradicia per bagnata fradicia, li ho fatti scendendo seduta, come fossi su un bob immaginario.

Abbiamo anche sciolto i cani a correre sulla neve ed è sempre, sempre, sempre, uno spettacolo vederli giocare sulla coltre. Arrivati al Rifugio Gilberti, ho offerto da bere ai miei compagni di escursione perché sono stati l’aiuto più prezioso che potessi avere. Li ringrazio dal profondo del cuore perché mi hanno dato indicazioni, coraggio, fiducia, mi hanno aspettato e soccorso quando ne ho avuto bisogno. Hanno gestito e tenuto Mercurio e sono stati così gentili da pensare persino al mio pranzo e ai biscotti per i cuccioli.

Quest’escursione mi ha insegnato anche che, in montagna, bisogna portarsi dietro anche un cambio di tutta la biancheria che si indossa. Sono stata con i vestiti bagnati tutta la mattinata e, benché ci fossero 34°, presumo che, se avessi avuto un cambio, sarei stata meglio. La montagna è una cosa seria.

Quando sono riuscita a raccontare ai miei genitori ciò che avevo passato, senza rendermene conto, ho pianto. Non sono mai stata seriamente in pericolo di vita. Mi sarei potuta rompere al massimo una gamba o un braccio, credo, se non fossi stata attenta o se avessi continuato a scivolare contro le rocce. O, forse, sì, lo sono stata. Comunque sia, sono felice di essere viva, di avere Merry con me, di aver riportato l’auto ai miei di persona 🙂

Stanotte ho faticato a dormire: chiudevo gli occhi e mi sentivo il piede destro che scivolava nella neve e nel vuoto e io che non riuscivo a fermare la caduta. Oggi, però, va meglio.

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Passeggiata sul Monte Zermula

La domenica, ormai, è la giornata deputata alle escursioni in montagna. Qualche settimana fa, complice una (rara) bella giornata e la voglia di far socializzare Merry con altri cani, ho accettato un invito per una passeggiata sul Monte Zermula. Per chi non lo sapesse, questo monte si trova in provincia di Udine, fa parte delle Alpi e ha un’altitudine di 2.143 metri. Localizzata vicino all’Austria, fu interessato da percorsi militari nella Prima Guerra Mondiale, rimaneggiati e restaurati nella Seconda e… ben poco utilizzati in entrambe. Le trincee, le mulattiere e le gallerie sono ancora visibili e visitabili a partire da diversi percorsi aventi come base la malga omonima.

Per le donne desiderose di sperimentare il brivido della guida in montagna, accenno al percorso “poco agevole”, che si deve intraprendere lasciata Paularo alle spalle: la strada, che sale sul monte, è a una carreggiata in salita con doppio senso di marcia, lievi tornanti, guardrail non sempre presente e … per coloro i quali fossero in grado di gustarselo, credo ci sia anche un bellissimo panorama sulla sinistra (salendo) e sulla destra (scendendo).

La strada sale fino a circa 1400-1500 metri, costeggiando roccia e boschi. Si possono incontrare delle piccole (o grandi) cadute di massi e non tutto il costone della montagna è protetto da reti. Questa è la difficoltà nel salire sul monte Zermula. Io, che non sono pratica di montagna, ho cercato di “farmi coraggio” mossa solo dal desiderio di portare Merry in un posto incantevole. Queste sono le mie prime volte nella guida in quota e, ad essere onesti, ho ancora molta ansia e paura. Temo mi si spenga l’auto in salita ma, di più, ho paura della discesa, delle curve e della velocità che, a volte, l’auto prende. Devo fare pratica.

mappa_monte_zermulaChe consigli posso dare alle donne desiderose di sperimentarsi sul Monte Zermula? Di portarsi il cd preferito e di cantare, di andare piano, di suonare il clacson ad ogni curva perché, se dall’altro senso di marcia arriva un’auto e non vi palesate a vicenda rischiate:

1) di fare un incidente,

2) di finire nello strapiombo,

3) di rigarvi l’auto con la pietra,

4) di bloccare la carreggiata.

Se dall’altro lato arriva qualcuno, spero per voi vi troviate in una parte agevole della strada, dove vi sarà semplice tenervi sulla destra (salendo) per lasciar passare l’auto. In alternativa, dovrete fare retro… in discesa… in curva. Ma io, quando sono salita, ho sempre confidato nel buon cuore dei più che probabili uomini alla guida: ho fatto bene. Mi hanno lasciato passare, agevolandomi. Sia il mio conduttore, nell’auto che seguivo, sia tutti gli altri incontrati (speravo pochi…e invece!). Queste differenze di “genere” le faccio perché, di norma, chi guida in montagna è, spesso, l’uomo. Ma non voglio fare generalizzazioni.

Comunque, in modo o nell’altro, sono riuscita a salire e, mollata l’auto a 3/4 del percorso, caricato Merry nell’altra auto, abbiamo fatto l’ultimo tratto di… no, non chiamiamola strada! E’ una cosa veramente per avventurieri esperti: asfaltata, eh? Ma…. dritta in salita, senza protezioni, larga meno di una carreggiata, con curve a U per salire e arrampicarsi sul proseguo ancora più ripido! No, da sola, con la mia auto imprestata, non ce l’avrei fatta! Fortuna che ero accompagnata da una coppia speciale di brave persone empatiche, umane e… di grande cuore! Quest’avventura solo per arrivare alla malga, parcheggiare, respirare e partire a piedi!

mucche_monte_zermulaMerry, dicevamo, non era solo: con lui, il rarissimo cane nordico Fresyia Baltica e Penny, australiana D.O.C.. Tutt’intorno a noi, mucche, capre, pecore, galline e animali selvatici [Nella foto potete ammirare Merry e le sue idee strategiche. Stava facendo il triage: mucche-pecore-galline o galline-pecore-mucche? ;-P ]. Lasciati i pascoli alle spalle, saliti fino alla strada, che porta al rifugio incustodito diversi km più in alto, abbiamo deciso che… era ora di scioglierli.

Tre cani primitivi in un bosco sono una cosa straordinariamente bellissima da vedere: tutti e tre perfettamente sotto il nostro controllo. Richiamo buono e, a volte, ottimo, anche in presenza di stimoli e odori selvatici di tutti i tipi. Non si sono mai allontanati da noi, sono sempre rimasti nei paraggi pur correndo su e giù lungo il sentiero, alla ricerca della fanghiglia più fangosa per rotolarcisi dentro. Le gerarchie le hanno stabilite nei primi 5 secondi liberi: Fresyia Baltica era l’Alfa, Penny e Merry i Beta. Merry non ha aperto bocca al riguardo: lui, di base, è uno che non ha bisogno dello scettro a tutti i costi. Se deve, come con Stella, è leader senza problemi (ma lei è cucciola e il ruolo di capo gli spetta di diritto). In tutti gli altri casi (con cani adulti), lui è gregario senza colpo ferire.

Continuando a camminare, abbiamo trovato la cosa più spettacolare del mondo: neve a luglio! Ma non la classica, bianca, sciabile neve! Un cumulo grande come una piccola valanga (ma che non era valanga!), in lento scioglimento, che era diventata una grotta di neve con diversi accessi interni: i nostri cani ci si sono fiondati come matti. Dentro, fuori, sopra, sotto, ancora dentro nel fiume d’acqua creato dalla neve sciolta. Corse e cerchi di gioia. Splendidi. Arrivati al rifugio, ci siamo divertiti a prenderli in giro giocando con l’eco: tutti e tre annusavano l’aria, orecchie dritte, cercando di capire da dove provenisse quella voce strana.

Per pranzo siamo scesi in malga e lì c’è stata una grande prova per Merry: di base lui non riesce a stare legato a un albero, palo, staccionata nella natura mentre io, per un qualsiasi motivo, mi allontano un attimo. Va subito in stress. Su questo aspetto, ci sto lavorando, quasi ogni giorno, abituandolo a stare da solo. E’ un lavoro che va avanti da molti mesi. Ebbene, quella domenica, grazie anche alla presenza delle due primitive, è riuscito a stare tranquillo, a non essere insistente, a non abbaiare, a mettersi a terra e…… suonino le campane: a fare un pisolino di una manciata di minuti! Cosa cosmiche, ragazzi! Cose cosmiche! Se paragonate alla partenza, questo è un SUPER risultato (su cui c’è ancora tantissimo da lavorare, per carità). Mentre noi pranzavamo, inoltre, i due Bernesi della malga si sono avvicinati (anche il maschio di 5 anni) e con Merry non ci sono stati problemi. Si sono annusati tutti a vicenda, a distanza, con rispetto e, tempo poco, i bovari sono tornati al loro lavoro con le mucche: facevano, praticamente, i pizzardoni a protezione degli animali e dei luoghi adibiti ai turisti, prevenendo invasioni di campo a tutto muuuuu. Vedere questi cani lavorare nel richiamare e radunare le varie tipologie di ruminanti è stato bellissimo! merry

Dopo pranzo, l’ultima passeggiata fino alle trincee, scendendo al di là della staccionata a cui avevamo legato i cani per mangiare. Il sentiero, in discesa, era coperto di fogliame non ancora seccato a causa del tempo ballerino di quest’anno. Tutt’intorno, quella pianta simile, per odore, all’aglio, di cui non ricordo il nome. I passamano in legno sono quasi tutti marci e cadenti, purtroppo quindi, benché il sentiero non sia complicato, bisogna comunque prestare attenzione. Di tanto in tanto, si possono incontrare dei tronchi crollati perché malati o abbattuti da qualche fulmine.

Trovate le entrate nella trincea, ci siamo avventurati al loro interno. Buio pesto. Per fortuna che le nostre guide, mio collega al centro cinofilo e sua moglie, si erano ricordati delle torce! Merry, dopo un attimo di “timore del buio”, si è lanciato nell’esperienza, pur stando sempre vicino , rispondendo al richiamo senza controbattere o disobbedire.

E questa, infine, è l’ultima immagine di una giornata memorabile, per la quale, sia io che Merry, ringraziamo ancora.

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Venzone: L’ecoturismo nelle vallate dell’orso

ecoturismo_orso_venzone_lifeIeri sera, ho lasciato il mio lupo a casa e sono andata a Venzone, alla conferenza “L’ecoturismo nelle vallate dell’orso“, ultimo evento di un progetto europeo per informare e sensibilizzare le popolazioni dell’arco alpino sull’esistenza e coabitazione con questo carnivoro.

Nei miei sogni, tra le tante fantasie, c’è anche la speranza, un giorno, di poter acquistare del terreno e una qualche forma abitativa in luoghi molto naturali: non so nulla, però, di montagna e questo genere di conferenze mi interessano moltissimo. Avrei dovuto andare anche a un trekking esplorativo a tema frutti di bosco però, come sempre, il lavoro social viene prima degli hobby.

Quindi, l’orso. Che cosa sapete di lui? Ne avete mai avvisato (o incontrato da vicino) uno? Ne avete paura oppure siete favorevoli alla sua gestione responsabile anche in funzione di flussi turistici mirati? Andando di frequente in montagna, mi sono spesso posta il problema della gestione di un eventuale incontro ravvicinato con questo carnivoro… soprattutto in presenza del mio lupo. Una sola volta, ho incontrato le sue orme: ero in Abruzzo, a Pescasseroli. E Merry non c’era. In quell’occasione, incontrai anche le tracce del passaggio di un paio di lupi. All’epoca, non sapevo nulla sulle tracce lasciate dagli animali selvatici. Non ho avuto una particolare paura, solo la sensazione (pur senza vedere, intorno a me, alcun carnivoro) di essere tenuta d’occhio.

L’orso è un plantigrado, vale a dire che la sua locomozione si articola appoggiando tutta la pianta del piede (simile all’umano) sul terreno. Un maschio adulto può arrivare a pesare fino a 300 kg, una femmina la metà, circa. Sono animali capaci di scatti di corsa che arrivano ai 45km/h (il mio lupo arriva fino ai 40 km/h….. io se arrivo a 3 km/h è buono il pane). Gli orsi delle nostre zone, in generale, hanno imparato, dopo decenni di persecuzione, a tenersi lontani dagli uomini; alcuni, tuttavia, sono più confidenti o temerari e si avvicinano molto alle abitazioni umane. In Friuli, di recente è stato catturato un orso dall’Università di Udine e, sulle nostre montagne, circolano diversi esemplari insieme ai lupi, alle linci, agli sciacalli e alla lontra.

Le Alpi e Prealpi sono attraversate da orsi viaggiatori, che seguono percorsi vari, dal Trentino Alto Adige alla Slovenia, passando per il Veneto, il Friuli e l’Austria. Il loro passaggio può essere individuato da tracce calde (passaggio recente) o fredde (passaggio non recente). Le orme sono, di base, la cosa più semplice da decifrare. Guardando bene la natura circostante, si possono scorgere segnali del suo transito: fecipietre divelte, tronchi rigati o smembrati alla ricerca di insetti. Le rigature del tronco sono diverse da quelle lasciate dagli ungulati perché sono realizzate con gli artigli e non con le corna. Se siamo fortunati, possiamo trovare il pelo  fulvo arricciato (che è diverso dal longilineo del cavallo). I più fortunati, hanno incontrato in Carnia anche le tane degli orsi oppure i formicai con un bel bucone in centro, chiaro segnale del passaggio del plantigrado.

I ricercatori stanno monitorando la comunità degli orsi in Friuli, Trentino, Veneto, Austria e Slovenia risalendo al patrimonio genetico dell’animale, per esempio, dai bulbi piliferi riusciti a raccogliere mediante le trappole “incaglia pelo” (filo spinato legato a una 50ina di cm dal terreno, se non ricordo male, sotto al quale l’animale passa e, passandoci, qualche ciuffo di criniera rimane incagliato nel filo, che verrà poi raccolto ed esaminato). In Friuli, il monitoraggio dell’orso è stato reso possibile anche grazie all’impiego dei cani nordici Laika, intrepidi e temerari nell’avvisare i conduttori e nel sostenere le attività di ricerca con la loro capacità deterrente e di segnalazione.

Le comunità montane si accorgono del passaggio dell’orso perché, spesso e volentieri, fanno la conta dei danni, qualora non dotate di nessun sistema di protezione/allarme/disincentivazione dell’animale nel proseguire la sua battuta di caccia (sia essa per il miele, la frutta o le pecore). L’Unione Europea ha stanziato fondi per munire gli agricoltori, allevatori e pastori alpini di sistemi elettrici di protezione: i risultati, tuttavia, sono per metà positivi (nessun danno se la rete di protezione viene manutenuta e la batteria alimentata da corrente o energia solare) e per metà negativi (tanti danni se non c’è manutenzione, se la rete di protezione è stata posata male, se non viene caricata la batteria, se si lascia crescere l’erba intorno ai picchetti). Al momento, purtroppo, i fondi sono terminati e non è possibile, fino a nuovo ordine, dotare i richiedenti di questi sistemi di protezione.

In Abruzzo, a differenza del Friuli, i pascoli sono monitorati da squadre di cani pastori Abruzzesi, spesso chiamati Maremmani, dotati di collare anti lupo e orecchie tagliate (non sempre, non tutti lo fanno). Qui, invece, ci sono ancora animali lasciati liberi di pascolare senza guida umana e senza cani da guardia: lasciati allo stato brado, sono facilissime prede per chiunque decida di farsi “uno spuntino al sapor di ovino”.

La domanda dell’incontro era molto semplice e complessa allo stesso tempo: è possibile far coesistere sistemi di ecoturismo sostenibile nel rispetto dell’ambiente e delle biodiversità con la presenza di questo (e degli altri) carnivoro (i)? Le altre regioni e gli altri stati lo fanno. Le comunità guadagnano dalla presenza dell’orso attraverso l’attivazione di tour, la costruzione di casette speciali per il bear watching (soprattutto dove la comunità dei plantigradi è più elevata e, quindi, gli avvistamenti sono più facili e numerosi).

In Friuli Venezia Giulia, tutto ciò è ancora da valutare, soppesare, programmare e realizzare. Qualcosa si sta muovendo ma, siamo ben lontani dai risultati del Parco Nazionale di Lazio, Abruzzo e Molise. Ciò che è positivo è che, ad ascoltare la conferenza “L’ecoturismo nelle vallate dell’orso“, la sala consigliare di Venzone era piena di gente. C’è interesse da parte della comunità, c’è la voglia di ascoltare, di capire e di valutare.

Questo è già un buon punto di partenza per il futuro.

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Da Artegna a Montenars: il sentiero delle cascate con i cani

Salve, gente! Eccoci tornati dopo una lunga assenza: la mia belva pelosa si è fatta un lunghissimo periodo dal veterinario: abbiamo dato un nome a tutte le paturnie genetiche, che gli limitano la vita, di tanto in tanto. Mi sono dovuta mettere il cuore in pace: il mio orsettone non potrà mai diventare papà. Pazienza: lui è unico. Per festeggiare, ci siamo dati alla pazza gioia con escursioni in montagna, complice una temperatura splendida, la riacquistata forma fisica di Merry e gli incontri divertenti con altri cucciolotti.

La prima gita fuori porta è stata da Artegna a Montenars seguendo il sentiero delle cascate con la piccola Akita, l’innamorata del mio lupo (ricambiata con trasporto). Noi abbiamo imboccato l’entrata dal Monte Faeit, arrampicandoci nelle tortuose strade di Artegna, parcheggiando al limitare del bosco e salendo, seguendo la strada asfaltata, che conduce al confine con Montenars, segnato da un pietrone antico. Eravamo accompagnati dall’umano di Stella (traduzione italiana dell’omonimo giapponese).  Abbiamo imboccato il primo sentiero sulla sinistra, lasciando l’asfalto per lo sterrato, scendendo fino all’imboccatura di una nuova strada di Artegna; siamo risaliti lungo il monte, entrando subito nel sentiero che, allungandosi alla nostra destra, scendeva verso le prime cascate. torrente_orvenco_sentiero_delle_cascate

Queste pozze sono meravigliose e vengono formate dal torrente Orvenco. Abbiamo risalito il corso del fiume, seguendo a tratti il sentiero didattico e a tratti l’esperienza della nostra guida, che ci ha raccontato tantissimi aneddoti della sua vita da ragazzo in questi boschi, come la maturità preparata facendo il bagno nelle vasche naturali, cristalline e gelide del torrente. Superati i primi metri, nei quali era ancora possibile(e auspicabile) tenere i cani al guinzaglio, dovendo adattarci a delle scalate in stile Indiana Jones, abbiamo sciolto entrambi i nostri cani, che sono rimasti vicini e pronti ad aiutarci individuando i passaggi migliori, l’orientamento e la vicinanza all’acqua.

sentiero_cascate_artegna_montenars0Il sentiero delle cascate, chiamato anche Troi de Cascades, è un anello, che si percorre sul monte Faeit.L’escursione non è semplice perché, anche seguendo le indicazioni C.A.I. del percorso, senza discostarsi di una virgola dalle informazioni presenti sugli alberi, ciò che ci si ritrova a percorrere è un terreno spesso roccioso, sul quale arrampicarsi o comunque da percorrere con estrema attenzione in alcuni suoi punti perché senza passamano. Le vostre spalle, in alcuni tratti, danno su alcuni strapiombi e, se non badate bene a dove mettete i piedi, il rischio di cadute si fa ancora più elevato. Non è un percorso impossibile: non sono una escursionista esperta. Ho iniziato da poco ad avventurarmi in montagna con il mio Alaskan Malamute e ho la capacità di arrampicata (sarebbe meglio dire di “issata”) pari a quella di un elefante. I pischelli di Artegna e Montenars vengono a fare il bagno d’estate e salgono in ciabatte oppure scalzi, scalando le cascate a nuoto e a piedi. La parte più agevole si incontra nella zona alta del torrente: il percorso didattico è realizzato su sentieri accessibili anche ai bambini, con staccionate di legno, zone di riposo, pannelli informativi sulle specie animali e vegetali, immagini e spiegazioni del percorso. In zona ci sono molte escursioni, che si possono seguire in semplicità e che sono descritte nella guida “I sentieri del bosco” di Ivo Pecile, edito da Sentieri Natura.

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I nostri cuccioli si sono stra divertiti: hanno annusato di tutto e di più, corso, scalato. Merry ha fatto il Land Rover con la coda e la piccola Stella ha imparato a superare, grazie all’esempio del mio cane, un ponte con il “pavimento” a griglia di ferro. Merry potrebbe essere un ottimo cane tutor per i cuccioli, in futuro. Lui ha le qualità spiccate del cane equilibrato che, con il dovuto percorso, potrebbe dare grandi soddisfazioni nell’aiuto dei suoi simili.

Magari più avanti vi racconto le nostre avventure con l’educazione cinofila e i nostri percorsi di addestramento, obbedienza e lavoro 😉 Ricordatemelo, se me ne scordo: potrebbe essere interessante da far conoscere, infondo. L’Alaskan Malamute è visto spesso come cane non addestrabile, “buono solo” per il traino su distanze limitate. Tutto sommato, c’è molto di più in questo animale superbo.