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Camminare con il cane: Percorso Stringher Tacoli, La Cjaminade, Percorso Savorgnan

Ho sperimentato tre percorsi ideali per camminare con il tuo cane. Il Percorso Stringher-Tacoli (Moruzzo), La Cjaminade (Martignacco), Percorso Savorgnan di Brazzà( Modoletto). Strepitosi territori da vivere lasciandosi tentare dai sentieri e dai boschi. 

Qualcosa di magico permea questi itinerari naturalistici, ciclabili, escursionistici in Friuli Venezia Giulia. Territori a volte brulli, ricchi di leggende nascoste, laghi sommersi – reali o leggendari – da risorgive e brevi corsi d’acqua. Amo la zona centrale della mia regione perché è costellata di perle ambientali quasi surreali: mi trovo in FVG eppure talvolta la Scozia o l’Irlanda fa capolino nel verde smeraldo dei prati. Mercurio mi accompagna nelle esplorazioni a bassa quota. Questi luoghi meritano di essere conosciuti ed esplorati, vissuti. D’estate sono ricchi di frutti di bosco, d’inverno di funghi. Durante la caccia, è sempre bene stare molto attenti nell’addentrarsi nei boschi durante i giorni venatori. Caprioli, lepri, volpi, scoiattoli, cinghiali e piccoli animali del bosco popolano indisturbati queste colline morbide.

Percorso Stringher-Tacoli da Santa Margherita del Gruegno

Non conoscevo né l’uno né l’altra. Aderendo ad un’escursione su Facebook, mi sono unita a un gruppo di appassionati di fotografie e camminatori. Con Mercurio, ho percorso 10 chilometri tra centri abitati, campagna e sentieri inoltrandomi lungo un anello variegato tra Santa Margherita, Martignacco, Villalta, Moruzzo.

L’esperienza è stata positiva: vi segnalo, però, alcune abitazioni al limitare dei boschi con cani da guardia molto attivi, una fattoria con pastore tedesco femmina libero e animali da cortile facilmente raggiungibili dal vostro cane. Ora, ve lo dico perché Mercurio è sempre stato imbragato e non l’ho mai lasciato libero di correre. Troppa vicinanza alla strada, troppe tentazioni da selvaggio. Se il vostro cane non ha predatorio e non discute con gli altri dello stesso sesso, andateci tranquillamente.

Se volete dedicarvi all’escursionismo di livello semplicissimo senza dover andare in montagna, questo percorso offre grandi soddisfazioni, scorci, panorami, profumi e ombra. Il buono – molto buono – per i proprietari di cani è che si costeggia e attraversa parti d’acqua del Lavia quindi i vostri pelosi potranno abbeverarsi in autonomia, senza eccessivi pesi sulle spalle per voi.

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La Cjaminade di Martignacco

Passeggiata nata dall’intento salutare di un cardiologo friulano, Antonio Feruglio, per sostenere la salute dei compaesani, è oggi un itinerario con segnaletica lasciata alle intemperie del tempo: 35 cartelloni segnalano il tracciato, fornendo indicazioni sulla flora e fauna locale. Costeggiando vigneti, castagni, luppolo bianco e qualche quercia, ci riuniamo al percorso Stringher e alla “via delle acque“. La passeggiata “La Cjaminade” ha una lunghezza di circa 5 km e sono facilmente percorribili a piedi, anche con i bambini.

Percorso Savorgnan di Brazzà

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Adottare un malamute adulto: cosa aspettarsi?

Redwolf, alaskan malamute maschio di 5 anni circa. 35 Kg. Convive con maschi e femmine. Ha la leishmaniosi ed è sotto cura. Per info Giulia 3275556630

Cosa vuol dire adottare un alaskan malamute adulto? Quanto è difficile, come fare, cosa aspettarsi dall’esperienza, quali problemi affrontare. Per ora ( e solo per ora!) non posso adottare un alaskan malamute adulto da rescue o canile. Ho conosciuto diversi cani adulti provenienti dal sud Italia oppure dal recupero dei galgos e, nel centro cinofilo nel quale ho seguito una parte del percorso per diventare educatrice cinofila, ho ascoltato molte storie e “casi”. I cani in questione, però, non erano malamute.

Una mia conoscente accolse in casa una malamute di sette mesi con considerevoli “snodi” legati alle paure di qualsiasi cosa, alla fiducia, alla socializzazione. Mi è stato riferito che i malamute in canile più facili “da smaltire” sono i cuccioloni: la pelosona di cui vi parlerò era ancora nella fase pre adolescenza.

Penso non esista periodo più difficile da vivere che quello pre adolescenza e adolescenza per un malamute: dai cinque mesi ai tre anni, per quel che ho potuto vedere con Mercurio, prende il via il periodo di fuoco incrociato. Ormoni, gerarchia, sfide costanti ed energia a non finire per giochi, fitness e richieste di tutti i tipi. L’alza bandiera, per molti malamute di questa età, è alle 05:30 e fino alle 21:00 almeno le loro pile sono cariche a pallettoni, 7 giorni su 7.

La vita di questa malamute cucciola di cui vi parlavo poc’anzi era stata misera dal mio punto di vista personale: box ed expo e nulla più. Ciò fece di lei una patatona molto impegnativa da gestire. Non conosceva niente del mondo oltre il suo perimetro. Bastava una saracinesca alzarsi per mandarla nel panico più totale. Una volta portò quasi via un tavolo di legno esterno di un bar, a cui era legata, perché passò una macchina all’improvviso e lei ebbe l’istinto immediato di fuggire portandosi dietro il tavolo.

La donna che si fece carico di lei sta ancora dedicando la sua esistenza all’equilibrio di questo cane; per fortuna, ha accanto persone calme e competenti, che l’hanno aiutata tanto nel periodo iniziale. Mi raccontava, ormai un anno fa, tutte le difficoltà dell’uscire, entrare in un bar, fare un giro in un centro commerciale, salutare qualcuno con un altro cane femmina, liberarla in passeggiata, gestirla in auto e via dicendo.

Lei, la proprietaria, nel periodo iniziale della loro convivenza, ha abdicato a molte sue libertà pur di dare il tempo alla sua malamute di ambientarsi, calmarsi, fidarsi, trovare risorse interne per affrontare il mondo.

Quanti pianti si è fatta questa ragazza e quanto ha imprecato, quante volte si è sentita incapace, sul punto di mollare, inadatta, non amata, rifiutata dal cane a cui stava dedicando tempo e anima. Non ha mollato e non mollerà mai: ora sono un tutt’uno così forte e solido, che non esiste l’una senza l’altra. 

Se ora scegliessi di adottare un malamute da canile, cercherei di conoscere la sua storia e di capire non tanto i motivi dell’abbandono quanto le sue ferite interne, le sue sfiducie e paure, le solitudini eventuali che ha dovuto colmare con ritrosia o aggressività, alternando, magari, allegria a titubanza.

Chiederei un incontro preventivo fra il mio malamute e il futuro nuovo componente del branco e, se mi venisse negato, mi chiederei perché e che senso avrebbe. Se il cane non andasse d’accordo con Mercurio, cercherei di capire se c’è spiraglio di opportunità.

Se il mio cuore venisse legato a stretto giro con gli occhi di un malamute in conflitto con Merry e sentissi, dentro all’istinto, che lei o lui sarebbe la strada giusta per noi, lo prenderei e farei tutto il necessario per crescere come branco insieme. Semplicemente perché i problemi malamute non mi spaventano e tutto si può risolvere con la calma, il tempo, la gentilezza, la pazienza, la tenacia.

Se fossi interessata a una femmina per la quale il canile dice che non può essere adottata da persone con altri cani, cercherei di parlare con il canile e capire perché; se le distanze non fossero troppe, spingerei per conoscere il cane in autonomia e per farli incontrare.

A volte, i criteri di selezione per i futuri adottanti sono estremamente restrittivi e questo è giusto perché i cani soffrono e hanno diritto al rispetto e all’amore di persone “per sempre”, non persone “proviamo”. I cani “da canile” sono cani abusati. Un malamute senza branco, rifiutato dal branco, abbandonato dal suo branco è un malamute ferito nell’animale, nel luogo più importante, profondo, autentico, che esista in lui. Per un malamute, il branco è l’aria.

Ricordatevelo, prima di adottare un malamute, che sia un cucciolo o un adulto. ricordatevi che avete fra le mani un’anima, che non ha motivi validi per fidarsi subito di voi e che, forse, riuscirete a vedere il legame nei suoi occhi fra molti mesi, anni… forse. Ricordatevi che lo dovrete amare anche quando vi darà indifferenza e vi guarderà chiedendovi: “Tu chi sei per darmi un ordine? Che diritto hai di pretendere qualcosa da me?“. Ricordatevelo quando tirerà al guinzaglio e vorrà scegliere la strada incurante di voi, quando vi sfiderà apertamente e quando, libero, deciderà di farvi penare molto prima di tornare da voi con aria baldanzosa.

Io, per come sono fatta, se scegliessi di adottare un malamute, sarebbe per la vita, costi quel che costi, difficoltà o non difficoltà. Anche per voi dovrebbe essere così. In alternativa, se non siete disposti a questo, semplicemente non illudete una creatura di poter avere una famiglia, una casa. E’ una violenza troppo enorme: perché imporla? Questi animali non vi chiedono nulla.

Se scegliessi la strada dell’adozione di un adulto in rescue, metterei in conto i problemi di salute e di socializzazione, metterei in conto l’investimento di qualche anno per la costruzione di una nuova serenità ed equilibrio.

Saprei che i miei sforzi sarebbero sicuramente ricambiati da un amore incondizionato e totale dell’animale. Saprei, soprattutto, che la mia vita sarebbe arricchita, non penalizzata.

I cani tutti, i malamute in questo caso, sono valori aggiunti nelle nostre esistenze e ci ricordano, tutti i giorni, l’esistenza della vita, dei cicli, dei ruoli, dei tempi, degli spazi, del calore, del gesto gentile senza secondo fine, la cura dei bisogni primari, la cura della propria anima e dei diritti fondamentali della persona: dormire, mangiare, amare, giocare, rilassarsi, stare in compagnia, accoccolarsi con il branco, dire addio piangendo e ricordando, avere in serbo il loro amore per sempre.

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Anello di Pusea da Cavazzo Carnico con i cani… e le processionarie

 

L’anello di Pusea da Cavazzo Carnico è il trekking più semplice mai fatto sino ad ora. Nessun pericolo, dislivello 500 semplice da affrontare, strada confortevole, sentiero circolare e ampio, acqua in abbondanza per i cani.

In questo periodo (marzo), alcuni tratti costeggiati da pini sono potenzialmente pericolosi per i cani perché è pieno di nidi di processionarie e questo è l’unico accorgimento che mi sento di segnalarvi. Sono circa 10 km nei quali salita e camminata quasi “collinare” si alternano agevolmente.

Noi, superato il ristorante Il Pescatore, abbiamo proseguito lungo la strada asfaltata, che diventa sassosa, piano piano (attenti a una buca al termine dell’asfalto). Parcheggiato nel primo spiazzo sulla sinistra lato fiume (cartello Cjanevate, Grotta dei Pagans), abbiamo percorso un centinaio di metri e abbiamo scavallato il fiume prendendo il ponte di legno, che collega le due sponde sulla sinistra, vero gli Stavoli Tualis.

La parte più “impegnativa”, se la vogliamo chiamare così, inizia ora: breve tratto roccioso in salita e poi sempre salita lungo il bosco per poi raggiungere un sali scendi molto semplice, che ruota intorno al fiume. Pusea è un paesetto incantato, quasi surreale, appare fuoriuscito dalle fiabe, con il suo vecchio mulino ad acqua, i ponti in legno, la vegetazione d’un verde intenso.

Per riprendere il sentiero, no abbiamo svoltato a destra (lato casa in pietra attualmente in vendita) e abbiamo percorso la strada asfaltata, che in breve ritorna ghiaiosa, che sale in salita subito sulla sinistra e abbiamo continuato a camminare mantenendo sempre il fiume alla nostra destra. All’unica biforcazione che incontrerete, se seguite il sentiero verso il fiume, arrivate comunque verso il parcheggio. Noi abbiamo preso questa strada perché, nel sentiero alto, che continuava a salire e circumnavigare il monte, c’erano tantissime processionarie e abbiamo udito rumore di animale selvatico non meglio identificato.

Le indicazioni CAI non sono particolarmente evidenti però è anche vero che basta semplicemente seguire il sentiero e si arriva, senza grossi problemi, alle spalle del ristorante Il Pescatore, con semplicità disarmante.

L’Anello di Pusea da Cavazzo Carnico è un trekking adatto a tutta la famiglia e utile al riposo della mente proprio “a causa” della sua più assoluta semplicità.

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L’alba a Brussa

L’alba a Brussa: giù dalle brande alle 4 di mattina. Due malamute, due amiche e due zaini ricolmi di caffè, cornetti al cioccolato e tisane detox. Il tutto in una Getz con 11 anni sulle spalle.

Questa, l’avventura con la seconda amica pazza, quella del mare e dei campi, che ha deciso di festeggiare l’inizio della mia nuova vita familiare portandomi a far mattina al mare. No, non mi sto per sposare. Sono felice come una sposa pur senza esserlo e, in un certo qual modo, questa follia l’ho vissuta come fosse il mio “addio al nubilato“, pur non essendo nulla di ciò. Sta cambiando tutto, per me. In fretta, in maniera inaspettata. Positiva.

Notte che diventa alba, onde e salsedine, malamute felici, liberi e colazione nel vento. Mancavano solo due cose: il silenzio e il block notes per scrivere. Sì, perché abbiamo intasato la battigia di chiacchiere e risate e, al posto della creatività scrittoria, il gioco con i nostri cagnoloni ha avuto la meglio. Brussa di notte è un mix fra paura e fascino. Silenzio, boschetti, un parcheggio la cui nomea al buio extra hot travalica i confini regionali [e che noi abbiamo trovato fortunatamente deserto].

La verità è che questo genere d’avventure piacciono molto al mio cane e mi fanno sentire viva, felice e profondamente in sintonia con la natura.

cimano tagliamento

Il tardo pomeriggio precedente, invece, con la nostra compagnia di lupe, abbiamo raggiunto e superato i nostri 10.000 passi giornalieri oltrepassando quota 14.000 sul Tagliamento, entrata Cimano, lato sinistro subito dopo il ponte. Mi piace da impazzire questo modo di fare sport all’aria aperta. Non so se voi considerate le uscite con i cani uno sport in senso lato ma vi garantisco che fare tutti i giorni un minimo di 7 km a piedi, su terreni più o meno poco agevoli, si fa sentire nelle gambe, a fine giornata.

Non conoscevo queste entrate raggiungibili da Majano seguendo direzione Forgaria. Sono assolutamente innamorata di questi luoghi pregni di selvaticità, silenzio, tappezzati di crocus viola e bianchi, sterpaglia e acqua indomita. Quando scopro questi lati sconosciuti della mia terra, mi nasce spontaneo il pensiero ultra campanilista: esiste una terra più bella? Ovviamente esiste ma, nell’estasi dell’incanto immacolato, non abbordato dai turisti, è presente solo l’amore semplice, banale, puro, per una terra dalle mille opportunità di benessere nella sua semplicità nascosta.

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Monte Cuarnan da San Giorgio con i cani e la neve

A vederli così, il Monte Cuarnan e la Chiesetta del Redentore, paiono facili da raggiungere. E’ solo illusione ottica. Il Club delle donne che scalano montagne con i lupi si è ricomposto e, dopo tre mesi di stop, eccoci alle prese con un allenamento di tutto rispetto: sentiero 715, bivio dal punto ristoro verso il 714 e virata a sinistra sul 716 per raggiungere la Chiesetta dalla cresta a destra [dove vedete le frecce] per poi ridiscendere verso sinistra mantenendo il 715 fino al parcheggio a San Giorgio di Montenars.

Criticità attive: niente allenamento montano per tre mesi, neve fresca, sole, cani, ciaspe in macchina, poca acqua dietro, zaini pesanti ugualmente. Momenti sovrappensiero inclusi con duplice risultato devastante per me. Ora, quello che state per leggere è il decalogo di tutte le cose che NON si dovrebbero fare in montagna, se volete tornare a casa con la pelle intatta, la salute ok e la gola non ustionata dal freddo.

Questione n°1: il cambio. Ogni bravo montanaro sa che si deve portare un cambio caldo nello zaino. Io ho dimenticato calzettoni e maglione a casa. Però mi son portata via l’osso Hov Hov per le due lupe cecoslovacche e il mio alaskan malamute. :-/ Non è la cosa peggiore che ho fatto.

Questione n°2: gestione della temperatura corporea. Ogni bravo montanaro sa che se sei molto sudato, tipo sudato con tre maglie a cipolla bagnate l’una sull’altra, è cosa pessima togliersi il giubbotto nel punto di ristoro nel bel mezzo del niente, in battuta di corrente, con la neve tutt’intorno. Non appena ho appoggiato il giaccone sulla panca, mi sono resa conto della cappellata ma il danno era fatto: schiena k.o. e 10 km davanti a me in salita, con la neve e lo zaino. Le coniugazioni delle “lodi a Dio friulane” sono state elencate tutte.

Questione n°3: scorte d’acqua idonee. Ogni bravo montanaro sa che bere la neve granulosa, cioè… mangiare la neve granulosa, non è il top. Non lo sapevo. Avevo una sete dannata, mi ero già tracannata 2 litri di te con la mia compagna e mezzo litro d’acqua. Cercando di salire la cresta destra, avevo caldo, panico e sete e ho pensato bene di “dissetarmi” con la neve. Ho capito a valle quanto sia stato stupido: gola infiammata come se mi avessero grattato con un trattore.

Il Monte Cuarnan da Gemona è un itinerario, che ogni friulano che si ritiene tale ha fatto almeno una volta nella vita. Si tratta delle basi, a sentir parlare gli escursionisti esperti. Della serie, il meno del meno. L’ABC. E, se consideriamo il 715 con durata CAI 1h e 10, che parte della piazzola di sosta subito dopo il bosco d’avvicinamento, concordo. Difficoltà zero, solo salita. Ma io ho deciso che Mercurio aveva ragione. Lui, infatti, annusando entrambe le piste, aveva optato per quella destra. E così ho proposto: perché non prendiamo il lato destro, che ha più neve e i cani si divertono di più? Noi, tutto sommato, ben contente di prendere il sentiero opposto ai due escursionisti antipatici, con i quali ci eravamo incrociate poc’anzi, abbiamo detto: perché no?

Unico dettaglio, che ben presto abbiamo individuato: la pista l’abbiamo aperta noi. Non c’erano impronte, né di ciaspole, né di sci, né di scarponi, né di zampe. Noi, ovviamente, cos’abbiamo pensato: figo! Non incontreremo nessuno con i cani e così ci si diverte di più! State già pensando che siamo incoscienti? Comunque abbiamo optato per l’assicurazione C.A.I. nel brevissimo futuro. Capirete perché ora.

ripidità

Bene, lasciato il bosco e il punto ristoro alle spalle, saliamo verso tornanti innevati, tra boscaglia e massi, qualche gradone appositamente strutturato per agevolare la salita. Con la neve fresca, fare i piccoli tornanti non è il massimo: spesso e volentieri mi sono aggrappata alle piante per non scivolare ma ero ancora in una situazione di relativa sicurezza perché al massimo, se anche fossi caduta, mi sarei ritrovata nella neve. Qualche discesa, qualche tratto defaticante e poi la salita verso la cresta e la cresta esposta, innevata, con giusto qualche cespuglio d’erba e vegetazione scarsa non ricoperta dalla neve.

Era da tanto che non sperimentavo il panico: in questo caso, mi è tornato. Stavo facendo molta fatica a salire considerata la pendenza in progressivo, rapido, aumento. Fatica per il colpo di freddo, per il peso dello zaino, per il mio peso, per la neve, per l’assenza di ciaspole, per la paura di cadere e per il cuore che pulsava in gola ogni tre passi. Mi sono dovuta fermare un miliardo di volte: contavo 30 passi e mi fermavo. A volte, arrivare a 15 era uno sforzo titanico di volontà. Quando ho visto arrivare il brutto tempo, ero nel bel mezzo della cresta. A destra e a sinistra solo il vuoto. Davanti a me almeno altri 900 metri da salire, le vertigini, i crampi ai piedi e alle gambe, la mia amica e i cani lontani.

monte cuarnan

Dentro di me una voce piagnucolava: non ce la farò mai. La parte più apocalittici già immaginava scenari di morte lungo i crepacci. La parte razionale imprecava contro la scelta scellerata. La parte professionale diceva: e chi glielo dice a quelli del lavoro che sono morta facendo un’escursione sulla neve con i cani? Quanto può essere stupido questo motivo per morire? Devo ancora portare a termine, vivere milioni di cose, devo inviare il bando, oddio mi riesumano dall’oltre tomba e mi uccidono di nuovo se sapessero che volo giù dal precipizio così! La parte figlia e compagna era ancora peggio: oddio se mia madre sapesse! Oddio se il mio compagno sapesse!cresta chiesetta

La parte determinata mi diceva: ricordi cos’hai letto nel libro La passione nel matrimonio? Auto calmarsi, trovare il passo, seguire cosa si ritiene importante. E così ho fatto. Non riuscivo a stare in piedi salendo la cresta. Troppo era il panico e la paura di sbilanciarmi causata dall’ansia stessa e dallo zaino. Così, probabilmente sembrando un pachiderma ridicolo, ho iniziato a scalare la vetta a quattro zampe, afferrando neve, arbusti, massi, tutto ciò che potevo per evitare di scivolare, cadere in basso. A volte in ginocchio a 4 zampe, a volte in piedi ma completamente spalmata verso il terremo.

Ero sola, in un certo senso, in quel momento. Sola con me stessa e la mia determinazione a non mollare, non morire, non ferirmi, non creare problemi per la mia amica e non scomodare il servizio alpino per imprudenza. Così, con un’ora in più sulla tabella di marcia, ho fatto 900 metri di salita in cresta fino alla Chiesetta. Seduta sulla panca bagnata, innevata e in pietra, ho cercato di placare il cuore. Non vi so dire la gioia che si prova, il senso di trionfo che ho sperimentato su me stessa: ce l’ho fatta.

lupi cuarnan

Ce l’ho fatta. Il Monte Chiampon mi mise alla prova sulla resistenza fisica. Il Monte Cuarnan sulla volontà individuale e sulla fiducia nelle mie possibilità. Mi piace la mia amica perché lei sa quanto sia importante per me riuscire a farcela con le mie forze. Non mi dimostra mai pena e non sbuffa mai per i miei tempi biblici, quando la paura e il panico si fanno più forti.

Mi lascia il tempo e lo spazio per trovare le mie risorse mentali per farcela. Non mi stressa con: muoviti! Non mi pressa con: ce la fai? Mi sostiene facendomi parlare di altro oppure, semplicemente, mi offre il silenzio, la concentrazione, la fatica di mettere un piedi avanti all’altro, piccoli passi verso il risultato. Niente è più istruttivo della montagna. Nulla.

Quale uomo è grado di fare questo senza rinunciare al proprio passo e alla propria, autonoma, esperienza, rimanendo presenza per la propria compagna eppure seguendo la propria autonomia senza far venir meno la fiducia nelle competenze e capacità della propria donna?rifugio cuarnan

Quest’escursione mi ha ricordato un capitolo del libro La passione nel matrimonio, dove si parla differenziazione e dell’esperienza montanare dell’autore e della moglie, anch’essa psicoterapeuta. La strada del rientro, comunque, è stata infinitamente più semplice, oserei dire banale senza neve, senza alcun pericolo e con una pendenza accettabile in discesa. Di tanto in tanto, per velocizzarmi, mi sono fatta scivolare sulla neve e sul prato, semplificando di molto i tornanti. Non abbiamo preso pioggia o brutto tempo e siamo state sufficientemente brave da raggiungere la macchina senza aver riportato alcun graffio. Qualche botta per qualche caduta ma niente di più.

Tanta neve in vetta: dai 50 ai 70 cm; pare semplice camminare senza ciaspe in un ambiente simile: vi garantisco che non lo è. Sul Cuarnan si può salire anche dalla malga e dai sentieri che portano al Chiampon. Invece di girare a sinistra verso il Chiampon, si prosegue a destra e pare essere abbastanza semplice come escursione. Non aspettatevi grosse indicazioni stradali: benché si tratti di luoghi turistici, oltre Montenars i cartelli scompaiono e vi dovete letteralmente arrangiare.

alaskan malamute cuarnan