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Branding: lasciare impronte di un brand forte

Tutti noi lasciamo impronte in ogni nostra azione, tanto nel lavoro quanto nelle relazioni personali ed ecco che inevitabilmente le persone con cui interagiamo, attraverso di esse, iniziano a formarsi un’idea su di noi. Non sempre abbiamo una sufficiente consapevolezza di ciò ma di sicuro ne sperimentiamo gli effetti, a volte anche negativi quando lasciamo impronte senza avere un progetto strutturato. Le nostre impronte, l’attenzione con cui le lasciamo rivelano la nostra natura, aiutano a formare o a disgregare un valore fondamentale non solo nel business: la Fiducia!

Partiamo da questa immagine: vi è mai capitato di osservare le impronte di un lupo?


(Fonte: www.naturamediterraneo.com)

L’avete guardata bene? Cosa notate? Le impronte sono allineate, un tratto distintivo del lupo (il cane lascia impronte più larghe tra loro), hanno una direzione ben precisa, si intuisce l’intenzione dell’incedere deciso, viene (quasi) l’istinto di seguirle! Ogni impronta contribuisce a definire, distinguere e a dare un’idea chiara (leggi posizionamento) del percorso.

Definire, distinguere, posizionamento sono parole chiavi per un libero professionista, obiettivi che chiunque faccia business vuole raggiungere. Come i membri di un branco seguono la coppia alfa, non vorremmo anche noi, con le dovute traduzioni, essere per i nostri clienti un punto di riferimento? Credo proprio di sì, e allora lasciamoci ispirare dalla marcia del lupo per il nostro business.

Nessun uomo è stato mai deluso dall’aver preso ispirazione dalla natura.

Quali impronte e come lasciarle?

Noi umani, imprenditori di noi stessi, lasciamo le nostre impronte nel mondo reale e in quello digitale: nel primo le lasciamo, per esempio, attraverso le relazioni che instauriamo, i nostri prodotti e servizi, il nostro abbigliamento (anche il nostro stile comunica); nel mondo digitale attraverso i contenuti (immagini, video, testi) condivisi nel nostro spazio web o i nostri account Social, e in ultimo ma non meno importante, attraverso le relazioni digitali (ebbene sì, anche nel web possiamo instaurare relazioni sane e proficue).

Abbiamo in ogni istante opportunità per fortificare il nostro brand, sta a noi scegliere cosa fare! Già, ma come? Per lasciare buone impronte occorre conoscersi e capire in cosa eccelliamo, cosa ci rende unici; occorre formarsi per accrescere le nostre conoscenze e occorre progettare per alzare lo sguardo e guardare oltre. Forse starai pensando che occorre tempo e lungo lavoro, la risposta è: dipende… Per questo ho pensato a lasciare qui una mia lista di idee con l’unico scopo di darti una bozza da cui partire, adattala, cambiala, ma prova…

IMPRONTE REALI

  • Cura le Relazioni, dai prima di chiedere
  • Crea un prodotto/servizio per qualcuno e non per chiunque
  • Sostieni e fai branco con i tuoi “clienti”

IMPRONTE DIGITALI

  • Crea contenuti utili e originali
  • Dai attenzione più alle critiche che agli elogi
  • Rendi il tuo Social più “sociale”

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Cos’è il personal branding?

Hai presente quando sul lavoro avverti quella sensazione mista tra fermento e fastidio nel non essere riconosciuto per quello che sai realmente fare, per il valore che apporti perché sei competente nel tuo settore? O magari vedi tuoi competitori avere “successo” pur non mettendo passione nei loro prodotti e servizi ma “sanno come farsi comprare”? A me è successo e sai che non è invidia o pura competizione, ma piuttosto voglia di essere riconosciuti, di auto-determinarsi e affermarsi. Bene, a questo stato d’animo, a questo ciclo vizioso c’è soluzione, c’è un sentiero da percorrere, esiste un processo in grado di aiutarti nell’ottimizzare il tuo business, nel comunicare quanto vali per poter dire un giorno: “è faticoso, ma sono soddisfatto di ciò che faccio!”, questo processo si chiama Personal Branding.

Il Personal Branding è stato definito in svariati modi, per esempio: disciplina di miglioramento personale, nuovo marketing personale, l’arte di farsi vendere, ecc. Tutte descrizioni potenzialmente valide, qualcuna forse troppo tecnica, ma molte troppo limitanti per un processo così dinamico e flessibile. Ora ti spiego qual è la mia visione: sono fermamente convinto che quanto più sai definire te stesso e le tue competenze, quanto più riesci a comunicare il tuo valore ai (potenziali) clienti e sai diffondere le tue impronte sia online che offline, tanto più sei soddisfatto della tua attività. Partendo da ciò, ecco la mia definizione di Personal Branding: il processo attraverso il quale riesci a far pensare a te come la persona giusta per un particolare prodotto o servizio.

Forse ti starai chiedendo: <<Il termine personal mi è abbastanza chiaro ma cosa significa “branding”?>> presto detto: il branding è un’attività che punta a differenziare i prodotti e i servizi che un’azienda offre ai propri clienti cercando di innestare un’idea in loro e una personalità nei prodotti. Il prodotto (servizio) con una personalità è il Brand! Ricapitolando, il personal branding applica (traducendo) categorie e tecniche del branding “tradizionale” alla Persona libero professionista. Ma come si arriva a questo? Vediamo intanto di chiarire alcuni dubbi per poi dare qualche spunto utile per la tua strategia di branding.

Il termine Personal Branding è stato coniato da Tom Peters nel 1997 con un articolo “The Brand called You”, tradotto letteralmente “Il Marchio chiamato Te” (cifr. www.fastcompany.com/28905/brand-called-you), in cui per la prima volta viene usato questo termine e vengono definite già alcune tematiche e parole chiavi tuttora valide. A questo dato storico, può esserti utile aggiungere un’altra fonte altrettanto autorevole, seguimi. Dato che il P.B. (cifr. Personal Branding) riguarda il gestire se stessi usando categorie e logiche del marketing dei grandi marchi, come non citare un altro “guru” del management e del marketing, Peter Drucker, austriaco naturalizzato statunitense. Drucker, nel suo libro “Managing oneself” (appena 72 pagine, dense di contenuti), fa riferimento, anche se non direttamente, al personal branding, a quel processo fondamentale per promuovere se stessi. Secondo il buon vecchio Peter (permettimi questa confidenza), tu ed io, siamo i nostri “chief executive officer” ovvero i nostri “amministratori delegati” dell’azienda chiamata “Te”! Dove voglio arrivare con queste citazioni? A (di)mostrarti come il P.B. sia un processo oltre il web, “nato” prima dei Social Network e questo ci fa capire quanto è fuorviante identificare il P.B. con il promuovere se stessi sui Social. Personalmente considero i Social Network un potente “concime” per il nostro brand, sono strumenti utili e indispensabili in questa nostra epoca digitale, ma non necessari in assoluto e non risolutori della tua strategia di personal branding.

Ecco una parola chiave nel P.B. e non solo, avere una strategia. Ricordiamo il nostro punto di partenza? Ogni qualvolta interagiamo con i nostri clienti, amici, parenti o semplici conoscenti, comunichiamo qualcosa di noi e loro, inevitabilmente, attraverso la percezione avuta formano un giudizio, ci inquadrano nella loro mente (nel marketing ciò viene chiamato Posizionamento). Per far sì che la percezione corrisponda a ciò che siamo veramente è quindi fondamentale conoscere se stessi, saper creare una propria Identità e pianificare quindi una strategia efficace di branding.

Ecco, a mio avviso, i focus per una Buona Strategia:

  1. Definire una personalità nel tuo brand Vision, valori, passioni

  2. Definire la tua offerta, il tuo mercato e i benefici per i clienti

  3. Produrre loghi, grafica e contenuti coerenti

  4. Costruire una relazione con gli interlocutori

  5. Monitorare, mantenere vive e incrementare le relazioni

Qual è il parassita più resistente? Un’idea! Una singola idea della mente umana può costruire città! Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le idee!” 

Dal film Inception

Se sei arrivato a leggere fin qui, sei davvero uno “stacanovista”, e prima di lasciarti vorrei darti un ultimo contributo. Siamo partiti insieme da una riflessione su cos’è e sulle origini del Personal Branding, prova ora a concentrarti su questi passi preliminari per ripensare, e ottimizzare il tuo business, scopri come fare Personal Branding:

  • Cosa sai fare meglio e più facilmente?
  • Come lo sai fare?
  • Cosa ti rende unico?
  • Perché dovrei lavorare con te?
  • Com’è il tuo rapporto qualità/prezzo?

Con questo è tutto (o forse no), buon branding! Buona riscoperta del Tuo Valore!

logonome_01_blufbGaetano Pastore

Se vuoi approfondire, iscriviti al corso “Impronte di brand“!

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Social media marketing: le parole fondamentali

Nel social media marketing ci sono tre parole fondamentali, basiche, che hanno a che fare con i risultati. Con i guadagni, la crescita, il futuro, la direzione, gli investimenti. Riconoscere e fissare nella memoria questi termini in inglese (così utilizzati nel mio ambito di lavoro e, forse, nuovi per Te), ti aiuterà a scegliere meglio per la tua attività.

Insights

Sono i dati statistici, che ti forniscono informazioni utili sul comportamento degli utenti con la tua pagina Facebook e il tuo sito. Da dove arrivano i tuoi fan, cosa fanno con i tuoi contenuti, quanto rimangono con te, cosa cliccano, chi sono. E ancora: quanti anni hanno, quanti di loro perfezionano l’acquisto sul tuo sito.

Sapere che reazioni hanno rispetto alla tua proposta, ti avvantaggerà. Capire quali sono i siti web che ti mandano più visite ti aiuterà a strutturare la tua content strategy. Conteggiare quante condivisioni e commenti sono presenti in queste condivisioni, cosa dicono di te le persone nei social ti permetterà di ponderare la tua efficacia.

La tua reputazione online e cosa “aggancia” l’utente al tuo brand inizieranno ad essere delineate da dati matematici. Perfezionando le competenze, aggiungendo attività di promozione online, possiamo capire anche i costi per azione (follow, visualizzazione, attività social, acquisto, download) e quanto siamo efficaci monetizzando investimento e tempo con dati certi.

Lead generation

Si tratta di una lista di contatti potenzialmente interessati al tuo prodotto o servizio. L’attività consiste nell’intercettare questo interesse oppure nel stimolarlo con azioni di comunicazione mirata (di persona oppure online). Ottenendo dati utili di contatto (e-mail, numero di telefono), ti sarà più facile garantirti un appuntamento con il potenziale interessato: potrai conoscerlo e presentare di persona l’offerta, trattando sul prezzo eventuale fino alla vendita vera e propria.

Il pregio di queste liste è che, se costruite con buoni criteri e strumenti, saranno generate dagli utenti stessi realmente interessati al prodotto/servizio.

Persone stimolate e propense all’acquisto (anche in tempi celeri, talvolta). Se sei timida e non ami esporti (come è capitato a me tantissime volte!), ricorda sempre che perdi un’opportunità per raggiungere il tuo obiettivo economico mensile, trimestrale, annuale e triannuale.

Social Media Marketing e conversion

Il lettore del tuo sito o social da silenzioso e “invisibile” diventa concreto e cliente: acquista il tuo servizio (online o di persona). Lo fa perché lo ha letto su Facebook oppure ha scoperto qualcosa in Google, che rimanda a te.

Social e siti web consentono di seguire il percorso completo dell’utente che perfeziona l’acquisto. E’ sempre molto interessante capire quanto la pagina Facebook, per esempio, riesca a “produrre” clienti, che saldano online.

La pubblicità mirata per raggiungere questo risultato è la più costosa in ogni strumento di promozione ed è facile capire il perché: si tratta dell’acquisizione più importante per un libero professionista o azienda. Stesso dicasi per le onlus che chiedono donazioni. Conversione fa rima con fidelizzazione ma… questo è un altro capitolo.

Insights, Lead Generation e Conversion sono il pane quotidiano del lavoro con la comunicazione e il social media marketing. Parole fondamentali da conoscere non solo a livello intuitivo. Lasciate solo come nozione teorica, non ti porteranno a nulla.

Prova a confrontarti con loro. Abbi il coraggio di sbatterci la testa. Metti in discussione il forzare la chiave per aprire quelle porte che, forse, ora senti ancora chiuse. Fatti molte domande e prova a guardare le problematiche da molte angolazioni diverse. Nel centro di queste angolazioni, la risposta “giusta” ti aspetterà. Non sono attività impossibili. Sono attività che chiedono tempo, costanza, qualità, progettualità.

Appassionanti per questo.

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Essere libera professionista e non viverlo: 5 errori da evitare

Essere libera professionista, trovare (e mantenere nel tempo) commesse interessanti è una sfida.

Tanto economica, quanto professionale, quanto personale. Si tratta di qualità della vita, competenze e relazioni. Per molte di noi, l’impresa più grande non è comparire in Google Maps. E’ riuscire a sviluppare un comportamento, una mentalità da imprenditrice nonostante l’educazione al “volare basso” e al “contratto stabile”. Aprire la partita I.V.A. per poter accedere al lavoro è quanto accade a moltissime fra noi.

Forse anche tu, benché attratta dagli aspetti positivi della libertà, ti saresti trovata meglio nella “botte di ferro” dei contratti nazionali! Di certo fai del tuo meglio, pur con eventuali limiti, per mantenere attivo e proficuo il tuo unico o momentaneo strumento di lavoro più importante: il regime dei minimi. Mi rivolgo a Te perché, per trovare piacere nel lavorare da libera professionista, da lavoratrice autonoma, è importante impostare alcune basi.

Non mi propongo tanto figurati se sceglieranno mai una come me

Tanto vale appendere la partita I.V.A. al chiodo e sedersi al centro per l’impiego più vicino aspettando una chiamata. Potrebbero volerci anni o, forse, potresti scavare la tua fossa nella sedia del loro corridoio, aspettando. La questione non è mai: “Non mi sceglieranno”. Di solito è sempre: “Perché non voglio tentare?”.

Nel mondo dell’imprenditorialità autonoma, personale e professionale sono legati a filo conduttore insieme. Se guadagni, sopravvivi e sostieni. Se non guadagni, raschi il terreno della povertà assoluta o delle difficoltà economiche. Il lavoro è necessario per garantirti una vita senza essere sulle spalle di qualcuno (l’azienda, la famiglia, il compagno). Oltre a tutto ciò, quali sono le motivazioni vere, che ti tengono ancorata al terreno? Cosa vuoi veramente?

La partita I.V.A. è la risposta istintiva, viscerale? Se la risposta è no, perfetto. Metti in moto le tue risorse per raggiungere quell’altro tipo di lavoro, che ti rispecchia di più.

Se ti accontenti di un solo preventivo accettato

Se tutto il tuo tempo (anche libero) lo investi su un cliente, stai lavorando da dipendente e non da autonoma. Senza i benefits del lavoro dipendente. Ci sono clienti-vampiro. Quelli a cui permetti di non rispettare i limiti della reperibilità, insegnando loro che possono chiamarti anche dopo le 21:00, di sabato, di domenica. Perché il lavoro viene prima di tutto. Quelli a cui concedi “una volta in più in azienda” praticamente tutte le settimane perché “il cliente va seguito”. Previo poi ritrovarti senza il tempo per seguire gli altri tuoi contatti, stringere relazioni, curare la tua rete di agganci, sostenere la tua formazione continua. Quelli che “la mia volontaria lo farà al posto tuo”, quelli che “con i soldi che risparmio con te potrò dare un gettone di presenza a qualcun altro”.

Tutto ciò è solo mancanza di serietà e professionalità. Da parte tua, che accetti. Da parte del cliente, che insulta.

Ti pagano abbastanza per rinunciare a tutto ciò? Nel contratto (sempre ammesso che tu ne abbia uno) è prevista l’esclusività? Se è prevista, perché lavori con la partita I.V.A. e non vieni assunta? Ci guadagni da questa situazione? Sì, pensa al tuo benessere e al tuo guadagno: il cliente non lo farà per te. Soprattutto quando deciderà di venir meno alla parola data lasciando te in balia degli eventi.

Quante volte ti è capitato di avere ritardi nei pagamenti e, al tempo stesso, conti da saldare? Se non è questo che vuoi, cerca sempre di differenziare e di non donarti in esclusiva, con la partita I.V.A., a nessuno.

Diventare uno zerbino prima ancora di aver iniziato una collaborazione

Leggi: tranciare la tariffa e, tolti gli oneri fiscali, non guadagnare abbastanza per vivere.

Perché, se TU non hai fondi (siamo sicuri?) per sostenere la TUA libera scelta di iniziare un percorso di comunicazione, marketing, consulenza, fundraising (un tuo bisogno, non mio), IO devo rimetterci economicamente “venendoti incontro”, sgravando te della responsabilità di rivedere le tue scelte economiche (sprechi e regalie inclusi) per realizzare un sogno? Se vuoi, puoi. E’ una regola, che smuove il mondo. Nel privato, nel professionale.

Perché, se TU non sei sicuro di voler iniziare una collaborazione con me (o con qualsiasi altro), IO dovrei dimezzare la mia tariffa per convincerti quando la logica vorrebbe una scelta consapevole e responsabile, non un “contentino” “tanto per provare e vediamo come va”?

Se il tempo è denaro, il tempo è sogni

I tuoi. Che potrebbero renderti molto ma non realizzi perché non hai il tempo per pensarci. Sei felice? Sì, per realizzare un progetto servono entrate e, per avere entrate, bisogna lavorare. Per lavorare a un sogno, si può partire dalla consapevolezza:

  • chi siamo
  • cosa vogliamo
  • perché lo vogliamo
  • cosa abbiamo per realizzarlo
  • come incrementarlo per arrivare là
  • quali passi intermedi, concatenati, mi potranno portare alla meta… seppur scaglionati nel tempo

Un dipendente ha certezze, che una partita I.V.A. non ha.

Ma una partita I.V.A. ha opportunità potenziali di guadagno, che un dipendente full time non avrà mai.

Se vuoi guadagnare tanto come libera professionista, entra nell’ottica che hai bisogno di strutturati, di diversificare le tue entrate, di pianificare la tua giornata e settimana.

Inizia costruendo una tabella dei tuoi obiettivi personali e professionali (riga orizzontale) e suddividili in fasce temporali (1 mese, 3 mesi, 6 mesi, 12 mesi, 24 mesi, 5 anni, 10 anni). Sto ancora finendo di costruire la mia tabella ma, essermi messa a tavolino, a riflettere, mi ha dato una carica e una spinta fortissima. Mi ha reso felice.

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Nuovo catalogo IKEA: i contenuti e le soluzioni green che ti piacciono

Sfogliando il nuovo catalogo IKEA si percepisce subito la volontà di comunicare in maniera diversa, innovando la narrazione dei valori aziendali, delle scelte etiche ed ecologiche, degli obiettivi di marketing solidale. I prodotti sono una diretta conseguenza e il prezzo quasi “scompare” nello storytelling emozionale, che eleva il catalogo tradizionale a magazine con interviste e focus sul cosa significa “essere svedese” e “sentirsi davvero a casa”.

Così mi piace immaginare la comunicazione aziendale: oltre l’istituzionale e il puro vendere. Diversa dai canoni: IKEA non ha un blog. Ha un catalogo. E i social, certo. Ma gli articoli più significativi li inserisce nel suo cartaceo. Nell’e-commerce, la sua filosofia viene chiaramente esposta in pagine dedicate, coerenti con la produzione cartacea. Quando sostengo l’importanza di pensare oltre i canoni, intendo questo. Tutti hanno un blog. IKEA ha il catalogo. Sono due canali di comunicazione diversa sotto tutti i punti di vista e la scelta di focalizzare l’online alla vendita è una scelta strategica, che ha senso e che rientra perfettamente nelle politiche di marketing applicate anche sui social.

Imparare dai boss

Scorrendo il nuovo catalogo IKEA, ho sentito il desiderio di migliorarmi per raggiungere questi livelli di riflessione tecnica e strategica accompagnati a competenze narrative di alto livello. Il nuovo catalogo IKEA è stato sicuramente studiato nei dettagli dal punto di vista della strategia. Perché una famiglia dovrebbe continuare a tenere in casa il catalogo quando online, l’e-commerce, fornisce informazioni sul prodotto e possibilità d’acquisto? Certo, non tutti hanno internet ma è anche vero che la maggior parte di noi ha internet.

Sono certa che, per rispondere a questa domanda, lo staff marketing di IKEA ha impiegato diverse ore di riunione per focalizzare bene il motivo. E dev’essere stato un motivo fortemente condiviso ed energetico vista l’energia trasmessa nei testi. Non si tratta di produzioni copia-incolla: si tratta di articoli ed interviste pensate con la mente strategica, scritte con la passione di chi ama il proprio lavoro e posizionate con la lucidità di chi tiene al proprio brand.

IKEA, come più volte sottolinea nel suo cartaceo, stringe l’occhio alle nuove generazioni di nativi digitali e lavoratori digitali. Perché puntare ancora al catalogo stampato e non ridurre i costi di stampa veicolando le informazioni sui prodotti solo tramite sito web oppure e-magazine scaricabile previo iscrizione alla newsletter? Perché il catalogo non è una sorta di bacheca Pinterest. Non è una guida.

Il catalogo IKEA è, per dirla alla Diavolo veste Prada, quel faro che ti illumina la mente spalancandoti quelle sinapsi abituate a pensare standard, statico, in piccolo, timoroso, mai realmente creativo e innovativo perché farlo vorrebbe dire andare oltre lo status quo. No, il catalogo IKEA ti accende le lampadine e lo apri, leggi, chiudi, riapri, sottolinei e ci lavori. Ecco il valore aggiunto.

Che altro si può volere da uno strumento di comunicazione inflazionato come il catalogo prodotti?

Il plus del cartaceo

Vorrei condividere con voi le particolarità, che mi hanno esaltato come lavoratrice nella comunicazione.

Non solo mi hanno esaltato: mi hanno fatto saltare sulla sedia esclamando: “Cavoli! Questo catalogo lo porterò in aula per raccontare come si crea valore aggiunto per l’utente offline comunicando con uno strumento da molti vissuto, sentito e realizzato come desueto e utile da sfogliare in maniera annoiata dalla parrucchiera.”

Lo leggi come leggeresti un romanzo. Perché ogni pagina è una storia e, tra le tante, la più avvincente è quella relativa la ricerca costante dell’esperienza viva ed emozionante delle persone e delle nuove tipologie di famiglie ed educazioni dentro e fuori casa. IKEA porta il lettore oltre la criticità.

Essere aperti alla possibilità che le cose non vadano secondo i nostri piani è parte integrante del processo. – Jonah Reider. Approfondimento a pag. 27-28

Propone attenzione ed educazione ambientale mettendo a patrimonio comune il processo “mentale” aziendale rivolto al settore alimentare e ai materiali scelti (Si chiede: perché non aprire alle nuove esigenze alimentari? Perché non considerare il bambù come materiale del futuro?). Davvero interessanti gli approfondimenti sull’indagine dei nuovi materiali per ridurre l’impatto ambientale delle scelte IKEA a livello globale. Centrale, in ogni articolo, l’utente online e il cliente dei negozi.

Significative le informazioni sulla collaborazione con il WWF, le sperimentazioni sulla carta come materiale per fare mobili riciclabili e facilmente smaltibili oppure ancora la definizione di nuovi imballaggi per ridurre i camion su strada. Scelte concrete per ridurre le emissioni di anidride carbonica, l’utilizzo spietato delle foreste e la plastica. A questo vanno aggiunti i contenuti di marketing sociale: l’utilizzo dei tessuti nel pieno rispetto delle procedure e dei Paesi del Terzo Mondo così come le donazioni in favore dell’accessibilità all’istruzione per la seconda infanzia.

A tutta creatività

Creatività e fantasia sono il fil rouge di ogni approfondimento e sostengono il lettore nell’andare oltre la gestione delle esigenze e degli spazi. E’ come se IKEA dicesse: “Ehy! Investi le tue energie lasciando libera la tua creatività! Vedi questa parete nella tua camera matrimoniale? Il tuo neonato lo puoi gestire senza rinunciare né a te né all’intimità con il tuo partner!”.

Ecco, uno dei pochi temi non trattati nel catalogo è la sessualità in casa ma, persino la camera matrimoniale viene proposta come luogo in cui l’affetto ha valore, il calore, il riposo. Leggi gli articoli e ti rilassi mentalmente perché il testo ti porta a sentire emotivamente quel senso di sicuro, che dovrebbe appartenere ad ogni casa.

Gli stessi titoli ti agganciano nell’attenzione perché toccano corde personali, emotive, con singole parole. Per esempio: “Ovunque, purché insieme” (pag. 24), “Perché il design diventa democratico” (pag. 171), “Cos’è la casa per un rifugiato che non ce l’ha?” (pag. 161), “Spazio alla bellezza!” (pag. 156), “Un bagno di consapevolezza.” (pag. 154) “Stendiamo i mostri sotto al letto” (pag. 139) con riferimento ai tappeti per la cameretta dei bambini a forma di animaletto. Questo titolo l’ho trovato geniale per la relazione che propone al genitore con bambino timoroso: la paura diventa un gioco, quindi legame, insieme: GENIALE. Nei corsi di comunicazione e marketing si parla spesso della titolazione provocatoria: IKEA fa scuola in tal senso. Sfida e insegna, allo stesso tempo.

Giuro: non sono pagata da loro per scrivere questo. Sono solo entusiasta di una comunicazione, che ritengo molto buona!

Il viaggio dell’eroe

IKEA veste i panni del ricercatore viandante, del ranger, che esplora, sbaglia, si ricrede, tocca, visita luoghi stimolanti ovunque nel mondo; incontra persone dalle abitudini totalmente innovative rispetto allo standard classico italiano e propone orizzonti allargati a un pubblico normalmente abituato alla tradizionale famiglia.

Ogni testo parte dal claim “sotterraneo”: vedere gli spazi abitativi e lavorativi come occasione di indagine nel benessere e nelle relazioni. E, quando riesci a scrivere un articolo interessate sul perché e sul come hai costruito il tuo nuovo divano, quando riesci a rendere l’effetto WOW per un tavolo, allora vuol dire che le tue competenze comunicative ed emozionali sono davvero efficaci.