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La parola dell’anno (per un triennio, forse): maternità

maternità

Io non desidero figli e non ho l’istinto materno. Però non ho nemmeno la condizione economica e professionale per poter scegliere (senza rimpianti) di escludere o includere questa esperienza nella mia vita.

Mi chiedo, infatti, se la mia posizione di rifiuto categorico sia condizionata, oltre che da questioni personali, anche dal mio lavoro.

Se io avessi un reddito garantito anche senza la mia presenza fissa o se avessi una rendita su cui poter contare in caso di impossibilità a muovermi, la penserei diversamente rispetto alla maternità?

Per ora il mio lavoro si basa su un’altissima mobilità, sulla mia presenza fisica e sulla reperibilità. Se non eseguo un dato monte ore, se non mi presento in aula, se non garantisco una presenza, non guadagno. Tutta la mia vita professionale ruota intorno al mio esserci, che è direttamente proporzionale ad una tariffa oraria.

Se un giorno rimanessi incinta e fosse una gravidanza difficile, non potendo muovermi, non potendo essere fisicamente nei luoghi che mi producono reddito, non avrei un reddito. E questo sarebbe un enorme problema nonostante la presenza maschile al mio fianco.

Se fosse una gravidanza serena, potrei comunque fare più di 500 km alla settimana in auto o treno? Fino a quando sarei in grado di mantenere questo ritmo per avere delle entrate?

Un bambino costa molto ancora prima di nascere. Da quando nasce a quando muori, un figlio è una spesa continua. Meraviglioso l’aspetto romantico della maternità ma le esigenze concrete di mantenimento sono, purtroppo, qualcosa che non si può nascondere sotto al cuscino o sotterrare con la cenere del caminetto nel giardino. Esistono e vanno considerate… o, almeno, io le considero primarie…prima ancora del resto emotivo.

Non posso nemmeno dare per scontata la presenza di un uomo perché le variabili sono tali e tante che è impossibile addormentarsi nel “per sempre e non pensiamoci più“.

Da questa consapevolezza nasce la mia parola dell’anno, che sgorga da una domanda semplice:

se la mia situazione professionale e reddituale fosse diversa, rivaluterei l’opzione maternità?

A priori non lo so però non posso vivere con il dubbio di escludere qualcosa dalla mia vita solo perché non mi sono impegnata nel creare le circostanze per vivere serenamente l’esperienza.

Il mio obiettivo, quindi, è creare queste condizioni favorevoli professionali, capire cosa mi produce più soddisfazione e sostegno, dopodiché stare a vedere cosa succede in me come donna. Aggiungo anche il ridurre la pressione sociale sull’argomento che, purtroppo, è molto forte a causa dell’imminente mio matrimonio.

Quest’ anno, infatti, avrò un marito ma l’indipendenza economica per me viene prima di qualsiasi amore spassionato, matrimonio, relazione o maternità. Questo perché so quanti drammi e danni nascono dalla dipendenza economica e dagli annessi e connessi.

Se, con le condizioni favorevoli, dovessi continuare a sentire che non sono portata per essere mamma e che non desidero figli, almeno potrò dire di aver scelto nella più vera libertà, nel rispetto di me stessa e del mio corpo e nell’onestà cruda verso una scelta che condiziona la vita, in un modo o nell’altro.

La maternità è una scelta che riguarda solo ed esclusivamente me visto che modifica drammaticamente il mio corpo, la routine e le priorità essenziali attuali e future. Per senso di estrema responsabilità verso una creatura che non chiede di nascere ma subisce la mia volontà, voglio almeno essere certa di poter offrire un buon futuro e, cosa più fondamentale di tutte, la mia presenza finché sarà fondamentale. Un bambino è un impegno profondo ed è per questo che, al momento, non sono ancora propensa ad assumermelo.

La parola dell’anno: cosa farò e cosa mi aspetto

La parola del 2019 è “maternità”. Devo dire che mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno: mai e poi mai l’avrei scelta razionalmente. Invece è nata dall’istinto e dal sentimento. Ero propensa a scegliere “formazione” oppure “fatturato” però non le “sentivo” pregne di fuoco propulsore.

Camminando nei campi con il mio Mercurio, invece, la domanda di cui sopra si è palesata con tutta la sua disarmante forza motrice. Nel concreto, quindi, cosa muove la parola “maternità”? Innanzi tutto la ricerca di un modello di business che mantenga quanto fatto fino ad ora integrando alcuni elementi di reddito indipendente dalla mia presenza fisica.

Sto valutando, per esempio, la scrittura di un libro e l’utilizzo di piattaforma di e-learning per vendere le docenze pre registrate. Queste due ipotesi potrebbero portarmi nel tempo un’entrata svincolandomi dall’essere lì, presente, di fronte alle persone nel qui e ora. La rendita, invece, è un qualcosa di più difficile da costruire: ho percorso, per un periodo, la strada del network marketing ma mi sono accorta che non è la strada adatta. Diventare una proprietaria terriera potrebbe anche essere fattibile ma fra molti anni (e molto fatturato in più in banca).

Ora come ora non ho risposte. Solo la voglia di esplorare un “E se fosse….?”. So che il 2019 è il primo dei tre anni che mi metto a disposizione per migliorare la mia vita professionale guidata dalla parola dell’anno “maternità”.

Poi, se un giorno diventerò mamma, sarà perché lo decido consapevole di poter essere, esserci e dare e questo credo sarà un grande beneficio per la creatura.

Se non lo diventerò, so che sarò una persona migliore perché ho avuto il coraggio di mettermi in gioco e di scegliere amando, pur senza dare alla luce qualcuno.

In tutto questo, quindi, mi prendo cura di me.

E ora gambe in spalla, che l’anno è iniziato!