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Cambiare

E’ un periodo strano. Uno di quelli che ti arano e ti preparano per un nuovo capitolo che, al pari del precedente, ti destrutturerà e ti porterà ancora avanti professionalmente. Non con la gioia illusoria del fanciullo che crede d’aver trovato il paradiso lavorativo, dove tutti gli/le vorranno bene e non ci saranno problemi. Molto probabilmente sarà l’ennesimo “bagno di sangue” professionale, in cui l’autostima sarà messa ancora a dura prova ma ogni prova servirà a rivivere eventuali inciampi passati con l’obiettivo di produrre soluzioni migliori, mature e superanti il blocco. Mi sento impaziente, a volte felice a volte soddisfatta. Spesso in attesa di risposte, conferme e, allo stesso tempo, desiderosa di immobilità ancora per qualche tempo, il giusto per capire con lungimiranza.

Non so se puoi capirmi in questo pout purrì di sensazioni, istinti, desideri ardenti, aspettative e necessità di cautela. Sto cercando, sto chiamando con l’anima in vocazione un’esperienza profonda di crescita professionale di valore. Perché sono ambiziosa e, allo stesso tempo, seria e consapevole: voglio ricoprire ruoli manageriali ma non sono ancora sufficientemente matura, competente e trasformata per ottenere quegli incarichi a cui miro, in quegli ambiti che mi ispirano.

Sono ferma e sono in movimento. Dentro. Da fuori non lo vedi a meno ché tu non abbia l’occhio abituato alle mie chiusure e ai loro significati. Sono stanca di come vanno le cose, soprattutto di alcune. Non tutte, ovvio. Ma alcune sì: non le trovo sostenibili e non so ancora se abbracciarle fino in fondo pur reputandole importanti. Mi chiedo cosa non sto imparando, se è l’atteggiamento errato, se dovrei avere più coraggio, se lascio varchi liberi, se è la mia faccia che permette la libertà di giocare con la mia sopravvivenza. Non lo so. Forse è semplicemente così, in alcuni ambiti è così.

Questa stanchezza, questa rabbia mi addenta la voglia di lavorare bene e mi demotiva. Mi annienta la creatività e mi fa pensare. Ma questi sono i momenti neri. Poi ci sono i momenti di respiro dove mi ricordo l’importanza del senso di responsabilità e allora porto avanti quel che devo portare avanti e cerco di non mancare, di essere attenta, scrupolosa, di ragionare bene, di non dimenticare, di vedere e di fare prima che mi venga detto di fare.

Negli ultimi due mesi ho sperimentato diverse amarezze, che mi hanno portato a farmi tante domande. Dopo un esaurimento nervoso, una forte colite e dei momenti di tristezza, mi sono messa in discussione. Voglio davvero la partita IVA? Cosa potrei fare se decidessi di chiuderla? Sono disposta a perdere la libertà completa che mi garantisce l’essere libera professionista a fronte di una garanzia di stipendio in un ufficio? Cos’è più importante: la libertà o il 10 del mese? Certo, è un controsenso proprio ora che ho aperto lo studio però, ripeto, è un periodo strano. Niente è scontato, niente è per sempre e niente è una risposta. Prendo in considerazione tutto. Per non avere rimpianti o rimorsi in seguito. Per non vivere con il dubbio di non aver tentato tutto per riuscire nella mia professione e per realizzarmi come professionista.

Guardo al presente con l’ansia di chi non ha certezze e, allo stesso tempo, la gioia nata dal comprendere che ho fatto dei passi avanti importanti. Non mi sono abbattuta oltre il comprensibile. Ho anche stampato i curriculum. Li ho inviati via mail, li ho portati di persona. Ho valutato proposte, scritto preventivi previo poi chiedermi se davvero avrei voluto abbracciare quel progetto o spendermi per quel cliente. Mi sono chiesta cosa volevo davvero e la risposta sta arrivando, permettendomi di guardare oltre il mio confine. Poi mi sono chiesta se stavo scegliendo una strada perché la mia famiglia l’aveva già abbracciata e mi sono chiesta se questa propensione era figlia di un annullamento prossimo futuro. Cosa voglio per davvero?

Questo confine è fatto dalla vita da partita IVA. Ovvero dal macinare settori su settori, clienti su clienti per avere un reddito mensile che niente e nessuno può garantirti con certezza. Fra i tanti settori a cui mi sono avvicinata, quale sento più vicino? Quale fa più per me? Mi piacerebbe specializzarmi in uno in particolare? E se sì, quale, perché? Mi sono trovata con un grande vuoto nella mente. Un vuoto senza appigli. Certo, alcuni mi interessano più di altri però, stante che per entrare a lavorare in un parco naturale devo aspettare i concorsi pubblici, stante che i progetti LIFE hanno già i loro referenti di comunicazione, cosa veramente mi appassiona?

Ho guardato davvero a fondo, dentro di me? Mi sono davvero ascoltata e sperimentata?

Ho scoperto che mi piacerebbe diventare una professionista ancora più competente e capace nel lavorare per obiettivi e nel produrre risultati numerici strettamente connessi con il R.O.I.. Mi son riconosciuta che lo sto già facendo e che sto già lavorando con le statistiche in testa e i dati di vendita accanto. Ma vorrei di più. Più competenze, più responsabilità. Più ruoli importanti.

C’è di più: vorrei entrare nel tritacarne di un brand molto strutturato ed organizzato, con attività di comunicazione e marketing avviate con creatività, budget e tanta tecnica. Dico “tritacarne” perché sarebbe un’esperienza destrutturante e formativa al massimo. Dovrei disimparare i ritmi da partita IVA e le frequenze da libera professionista imparando una routine e un agire per micro e macro progetti, con gli stress annessi e connessi. Perché mi piacerebbe? Mi piacerebbe per davvero? Sarei all’altezza oppure risulterei incapace (ma sorretta dall’erronea convinzione di saper fare)? Non ci ho mai pensato fino ad ora perché non mi sono mai sentita all’altezza e di meritare di essere presa in considerazione dai Top. MA sarà vero?

La verità è che sto ragionando su come svicolarmi da quelle situazioni che mi abbruttiscono, demineralizzano e demoralizzano. Situazioni scelte per necessità o per convinzione oppure capitate e che, però, non rendono la mia vita degna di essere vissuta… come la vorrei io. Sono stanca del negativo e limitante, vorrei andare avanti, oltre, una nuova fase, qualcosa di migliore. Sono stanca, soprattutto, di veder dipendere la mia felicità dal bonifico che arriva (o che non arriva). Dentro la mia testa c’è una penna rossa che tira giornalmente linee nette e grosse, sottolineate più volte, sui nomi delle situazioni che la mia pancia non vuole più.

Non è arroganza. E’ diritto alla vita. Se fossi psicologa mi chiederei: Che cosa significa per te non essere riconosciuta nel tuo valore? Cosa accadrebbe se ti rifiutassi di stare in certe situazioni? Sarebbe così intollerabile il panico del vuoto?

Non ho risposte certe. Ho solo la voglia dannata di appagamento professionale sotto tutti i punti di vista.

E di non sentirmi più povera. Pur lavorando.

Ho un’unica certezza: non mollo.

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Valentina Lombardi: intervista a una consulente d’immagine con partita IVA

Questo sito è stato, spesso, l’occasione per conoscere, nel mondo reale, persone che in nessun altro modo avrei potuto incontrare. Il lettore o la lettrice occasionale entrano in qualche mio articolo, si rispecchiano, mi contattano, spostiamo nella realtà il dialogo virtuale e qualcosa nasce. L’adozione di un malamute, una camminata con Mercurio oppure, come in questo caso, una bella intervista e chissà, qualcosa d’altro ancora.

Valentina Lombardi è una consulente d’immagine in Lombardia. Avvia la partita IVA dopo una vita con contratto dipendente e si confronta con il bello e il difficile di avere una propria piccolissima auto impresa. Quest’intervista nasce per raccontarti il processo di riconoscimento del proprio valore aggiunto nella libera professione. Non solo: dalle parole di Valentina, scoprirete un’anima sensibile e determinata.

1. Com’è nata l’idea di diventare una consulente d’immagine?

E’ nata nel 2013, grazie all’aiuto di una consulente di carriera molto brava. Avevo appena terminato un periodo lavorativamente difficile, concludendo la mia esperienza come responsabile amministrativa in una multinazionale; da quel periodo di crisi ho pensato di trarne beneficio ed insegnamento, andando ad analizzarne i reali motivi; da tempo ero insoddisfatta del mio lavoro impiegatizio e quello è stato il momento ideale per mettere in discussione tutto quanto. Ho trovato una consulente di carriera che mi ha aiutato a capire e riconoscere le mie vere attitudini, completamente sepolte, e da quel percorso è nata l’idea di fare la consulente d’immagine. Una professione fondata sulle mie passioni: il trucco e in generale la cura dell’aspetto esteriore, e soprattutto il piacere di stare con le persone, ed aiutarle a migliorare la propria vita in qualche modo.

 

   2. Perché l’immagine estetica ed esteriore è così importante oggi a
   livello business?

Perché quella che viviamo è la cosiddetta era dell’immagine: le persone vengono subito valutate  attraverso il loro aspetto, che rappresenta a tutti gli effetti il nostro biglietto da visita visivo ed immediato. La nostra immagine deve trasmettere un messaggio di coerenza con la nostra professione, cosa che ai giorni nostri non è sempre vera né scontata. Aspetto e competenze in sostanza devono essere allineate; l’immagine infine deve rispecchiare le varie sfaccettature della nostra personalità, evitando di appiattirci in canoni stereotipati di business (ad es il classico caso della donna manager, vestita in tailleur). E’ vero che dobbiamo rispettare il contesto professionale in cui operiamo, ma non dobbiamo nemmeno indossare dei “panni scomodi” in cui non ci sentiamo a nostro agio e tanto meno rispecchiati per ciò che siamo. Il mio intervento serve proprio a questo: allineare il rispetto del contesto professionale, alla reale espressione di ciò che siamo attraverso il nostro look. Da soli è molto più difficile riuscirci, anche perché i consulenti di immagine studiano degli standard internazionali di bellezza e stile che le altre persone non conoscono. Ad esempio, quali colori realmente ci valorizzano.

 3. Come definiresti il percorso che ti ha portato a differenziarti sul
   mercato rispetto ai canonici servizi offerti dalle tue concorrenti?

Sicuramente l’approccio ed ascolto empatico del cliente: il mio obbiettivo è la totale soddisfazione del cliente, quando ha terminato il percorso con me. Diciamo un approccio più olistico e a 360 gradi rispetto ad altre professioniste del mio settore, proprio perché mi sono resa conto che andare ad intervenire sull’aspetto delle persone è una cosa molto delicata, ci vuole tantissimo rispetto ed empatia, e saper interpretare e leggere la personalità delle persone. Non è una cosa frivola, che si limita esclusivamente alla parte esteriore di noi, ma scende più in profondità. A livello privato è da tanto tempo infatti che amo e seguo le discipline olistiche e la crescita personale, quindi per me è stato un passaggio naturale avere questo tipo di approccio. Infine, ho coniugato alla consulenza di immagine il make-up, cosa non tanto diffusa, proprio per poter servire al meglio le clienti a 360 gradi.

4. Qual è il valore aggiunto del tuo lavoro nella vita professionale del
   tuo clienti?

Sicuramente il mio intervento facilita i rapporti sociali e professionali, perchè il cliente a seguito del percorso di consulenza d’immagine si percepisce più in forma, bello, a suo agio guardandosi allo specchio, e come conseguenza naturale migliora l’autostima e l’amor proprio. Molti imparano a prendersi maggiore cura del proprio aspetto, e a divertirsi anche facendo shopping, cosa che per molte donne, al contrario di quello che si crede, è vissuto come un momento negativo e di stress…

5. La tua soddisfazione più grande?

Fare parte del team docenti di una delle migliori accademie di Milano di trucco, la MBA Making Beauty Academy. Sono ottimi professionisti e l’esperienza di formare ragazze e ragazzi è incredibilmente arricchente da un punto di vista sia umano che professionale. Anche quella di aver aiutato alcune donne con malattie e disagi fisici a vedersi finalmente belle  grazie semplicemente a un pò di trucco.

6. Da qui a 10 anni sarai…..

Spero semplicemente che questo lavoro continui ad entusiasmarmi come succede oggi, e che mi dià serenità anche da un punto di vista economico, non sono ambiziosa nel senso classico del termine: non mi interessa diventare famosa o guadagnare tanto, la cosa che più conta per me è sentirmi sempre entusiasta e stimolata da quello che faccio, e non annoiarmi.

Se vuoi conoscere di più Valentina Lombardi, questi sono i suoi riferimenti online:

www.facebook.com/valentinalombardiconsulenteimmagine

www.valentinalombardi.com 

www.linkedin.com/in/valentina-lombardi-815b34ba/