Tra rabbie, gratuità e novità… vita ordinaria da partita IVA in formazione

E’ molto che non scrivo di me in questo blog. A dire la verità, non sono ferma. Dal Malamute Day ad oggi, si sono mosse molte acque corrispondenti al Business Model Canvas, che preparai per me stessa lo scorso agosto. Sto mantenendo fede alla pianificazione annuale. Su questo piano, sto lavorando bene e sto seguendo la “tabella di marcia“. Quello che mi fa dire questo non è arroganza. Il R.O.I. è matematica.

Conteggio delle fatture, delle persone presenti ai corsi, delle collaborazioni attivate nel territorio, numero dei progetti attivati in collaborazione con enti di rilievo, qualità dei preventivi stesi, confermati e con bonifico incassato (o in arrivo). Le richieste informazioni tramite e-mail e social. La stima delle professioniste che lavorano con me o che mi seguono. L’intervista che ho rilasciato a una collega.

Ci sono ancora ambiti nei quali devo migliorare molto. Il principale è quello emotivo e relazionale. Te ne parlo perché, se sei libera professionista, è molto probabile ti ci debba confrontare/scontrare con queste dinamiche, emozioni, pensieri, azioni, sabotaggi. L’importante è che tu sappia che tutto questo influisce sul fatturato e sullo sviluppo.

Le gratuità

Dal 6 gennaio ad oggi, tuttavia, ho macinato molta rabbia per tante situazioni difficili, che ho affrontato e che mi hanno “invecchiato” e “spento”.  Come avrai letto dalla mia newsletter, ho deciso di rivedere le opzioni di rateizzazione (solo sopra importi superiori a 500,00€) e di rivedere molti capi saldi del mio lavorare. Soprattutto, sto cercando di limitare il lavoro gratuito, le consulenze pro bono e “in amicizia“.

In questo momento, diverse persone stanno spingendo per avere ore di consulenza, riduzioni di tariffa e confronto gratuito con me e questo mi porta ad identificare anche un altro problema:

  • non riconoscono valore alla mia professionalità oppure si tratta di mero opportunismo? Perché è una tendenza diffusa?
  • Cosa faccio, come mi pongo, come permetto che questo venga dato per possibile e attuabile?
  • Come lo nego? Come metto limiti?

In ambito aziendale è diverso, per forza. Il problema nasce con le consulenze singole. Con il: Ci vediamo per un caffè?“… che diventa due ore di consulenza. Due ore che non dedico al mio business, che non mi fruttano entrate e che, però, mi trovo a dare e a non gestire. Ho ascoltato frasi del tipo:” Se vuoi venire vieni, ma non ti pago perché ho avuto altre spese” oppure “Non è che puoi farmi il sito gratis?“.  Con il messaggio What’sApp alle 23:00 per un aiuto-spot o per la risoluzione di un problema importante strutturale senza riconoscere di aver già ricevuto tanto (sconti, riduzioni, gratuità). Posso scegliere di non esserci, di non rispondere. Ma una vocina dentro mi dice sempre: cosa ti costa dare quella dritta che risolve un problema? Mi costa una fattura in meno. 

Questo, però, mi porta a non avere il coraggio di dire: “Questo tempo me lo paghi come consulenza perché lo è, non è incontro fra amiche“. Non posso, per sgravarle dal peso della libera professione, andare a gambe all’aria per trainarle con la fiducia. Non è sufficiente.  Non è professionale. Non è utile per nessuno.

Mi chiedo: che cosa ritengo valido come “ritorno”? Che cosa mi farebbe sentire “piena” e non “vuota”? Relazioni, contatti, opportunità, soldi? Perché penso di dover sempre dare e non mi aspetto di dover ricevere previo poi sentirmi “male” quando faccio i conti della serva?

Cosa mi può aiutare a fare quel salto di qualità che mi permetta di vivere una vita dignitosa e di includere il dare gratuitamente una tantum perché può essere bello senza sentirmi in difficoltà e senza mettere a repentaglio la mia sopravvivenza con questa scelta (più o meno scellerata) del gratuito?

La mia professionalità non può avere il costo di un caffè. Solo non so ancora come non farmi incastrare in questi meccanismi, come non avvallarli io per prima, come non creare le condizioni affinché questo non si manifesti e non venga nemmeno supporto, come riconoscere in anteprima le situazioni e come schermarmi davanti alle reali (magari) difficoltà altrui economiche e che, però, non possono essere scaricate sulle mie spalle andando ad incrementare le mie stesse problematiche di sviluppo.

L’autostima, il merito e il diritto al guadagno

Devo lavorare sull’autostima da professionista e sul bisogno di relazioni, sul diritto ad essere pagata e sul diritto a chiedere il mio giusto compenso per il tanto che dò. Perché so di dare tanto e so che quello che metto a disposizione delle persone cambia in meglio i loro progetti e business.

Non posso farmi carico della fatica altrui per costruire il proprio business e, allo stesso tempo, ho paura di perdere persone imponendo la tariffa oraria per le consulenze. Così facendo svaluto il mio lavoro e svaluto la mia professionalità.

Tutto questo non lo trovi nel Business Model Canvas ma nel quotidiano lavoro con le persone e con la comunicazione. Non c’è scritto nei manuali di social media marketing ma è la quotidianità della libera professione per una donna giovane.

La rabbia e il personal branding

Ascoltando una mia cliente in merito all’immagine che davo di me nel mio profilo personale Facebook (più fragile), ho riflettuto e ho ritenuto di dover cambiare registro. Non voglio più pormi come “debole“.

Una delle esperienze più dolorose è stata l’ascoltare inavvertitamente una conversazione che mi riguardava fra due persone, che non si erano accorte della mia presenza. Sono venuta a conoscenza di un’opinione che mi ha ferito molto: una delle due, infatti, ha detto (citando il mio nome) all’altra (senza sapere di essere ascoltata) di avermi scelta per pena (testuali parole). Sul momento mi si è gelato il sangue e tuttavia ho portato a termine l’incarico cercando di essere il più professionale possibile pur covando tanto dispiacere dentro di me.

Fossi stata più sicura di me, non avrei iniziato a lavorare senza chiarire la situazione prima e senza rimettere mandato a causa delle mancate condizioni necessarie base per poter lavorare bene. Anche questo mi ha fatto riflettere oltre ad avermi ferito molto sul momento. Mi sono chiesta:

  • quanto peso do all’opinione altrui?
  • Quanto mi riconosco valore in base alle parole che gli altri dicono di me?
  • Quanto dipendo da queste parole e dal bisogno del positivo?

Mi sono sentita senza argomenti con cui controbattere e senza la possibilità di farlo realmente perché trattasi di un’opinione. E di una recensione negativa di una persona che nemmeno aveva iniziato a lavorare con me e che, però, si era permessa di nominarmi e di sottolineare la scelta per pena e non per altri motivi positivi. Dei mille modi utili che avrei potuto utilizzare per reagire, ho scelto di fare il mio lavoro e di non fare nulla per rinverdire la collaborazione, lasciandola morire sul nascere.

Quando, al termine del mio operato, ho fatto presente l’accaduto, la risposta prevedibile è stata semplicemente che avevo capito male. E no, non avevo capito male. Ho sbagliato i tempi di reazioni, risposta e comportamento. Ma si impara anche da questo.

Ho cambiato registro e, nel mio profilo personale, l’unico argomento che tratto è il mio lavoro in ottica di personal branding nudo e crudo. Lo storytelling che realizzo, di tanto in tanto, ha sempre uno scopo “commerciale” legato alla mia persona come professionista nel mio ambito. Se le mie emozioni e riflessioni intime hanno dato adito a questi due pensieri molto negativi su di me, è importante ne prenda atto, cresca e ci costruisca qualcosa di buono sopra (come è mia abitudine fare da errori, fallimenti, disillusioni).

Ho allontanato tutte le persone che si relazionavano con me con biasimo o che non davano reciprocità nelle relazioni professionali e amicali e ora, sebbene io sia molto più sola e disillusa, mi sento più forte perché ho scelto, ho corso rischi, ho pagato conseguenze e ho imparato.

Le scelte per crescere

In questo periodo, mi si sono presentate alcune opportunità di collaborazione e, in un solo caso, dopo tre mesi di disponibilità, ho scelto di non proseguire oltre perché le modalità di lavoro non rappresentavano il mio stile operativo. Non ho voluto, quindi, adattarmi a un modello ma ho scelto di investire tempo, fiducia, relazioni e professionalità in contatti più in linea con la crescita professionale a cui aspiro.

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