La complessità di avere un malamute

alaskan malamute papaveri

La complessità di avere un alaskan malamute maschio, giovane, mi coinvolge in prima persona. Mentirei se dicessi che l’incidente accaduto in mia assenza non stia condizionando, in parte, la gestione attuale del mio cane e la percezione dello stesso. Avere un alaskan malamute non è sempre facile o leggero.

Nella vita di tutti i giorni, ti trovi a pensare. Guardi le persone “normali”portare in centro il loro cane sciolto, incuranti quando va contro un altro cane; sai che, se solo tu, con il tuo malamute, ti azzardassi a fare una cosa del genere, correresti un rischio. Vedi strade fantastiche, campestri, percorribili con il cane sciolto e non lo fai (non lo farai mai) perché non hai un collie al tuo fianco, non hai un golden: sono troppo vicine alla strada o al centro abitato e sai che, se per caso sbucasse all’improvviso una lepre, una gallina, un qualsiasi cosa di selvatico e commestibile, il tuo si fionderebbe alla rincorsa, incurante della strada e di qualsiasi altro pericolo.

Un malamute è un malamute e, come si dice sempre fra proprietari: “Se avessimo voluto un pastore tedesco, avremmo preso un pastore tedesco. Invece abbiamo un malamute“. Nessuno di noi dice che ha il malamute perché lo ha scelto senza sapere minimamente che cosa c’era dietro a questa parola e alla magia del grande Nord. Non lo trovate scritto da nessuna parte e nel video di presentazione della razza, che circola in rete, viene detto che è un cane che può essere portato ovunque senza guinzaglio e che, se ti riconosce come leader, ti seguirà ubbidiente placando persino le voglie predatorie.

Chi ha scritto lo storyboard del video non ha mai visto un malamute davanti a un gregge di pecore oppure a un pollaio oppure a una lepre che corre, una mandria di puledri, un vitellino, una mucca, uno scoiattolo, un gatto, un cervo, un capriolo, un cinghiale. Un altro cane maschio, libero, piccolo, sfidante.

La complessità di avere un malamute è anche questa: partire, cercare, esplorare, mettersi in macchina per fargli fare la passeggiata quando tutti gli altri aprono il cancello e lasciano pascolare i loro cani nel parchetto di zona. Tu non puoi lasciar pascolare il tuo, distratto, perché è matematico succederà qualcosa: c’è sempre un odore interessante da seguire, un qualcuno da conoscere, un qualcosa di nuovo da esplorare e ispezionare e, se per caso all’orizzonte compare un altro cane, bene! Andiamo a conoscerlo oppure a ricordargli che, comunque, lui o lei, nella scala gerarchica, sta sotto.

Se avessi o se passassi la mia vita in corsi di obbedienza sarebbe diverso? Non lo so. Non lo faccio e non lo so. Ditemi come lo gestite voi e se posso apprendere qualcosa dalla vostra esperienza, sarò felice. Ditemi come gestite il bisogno di movimento, di esperienze, di libertà.

Guardo negli occhi il mio cane e so che è sempre lui. Il veterinario stesso ha confermato il suo equilibrio anche nella seconda visita di controllo.

Forse dovrò ringraziare Mercurio, ancora una volta, anche per questo mettermi di fronte alla necessità di trovare nuovi modi per vivere il rapporto con lui, con il territorio, le persone e il suo bisogno giornaliero di fare movimento, esprimersi, esistere, essere puro. Ho ricominciato ad usare la bicicletta e ad andare a correre insieme, imbragati. Lo porto in città, nei parchi cittadini, a contatto con le persone e i bambini. Ma a volte mi chiedo se sto facendo le cose nel modo giusto.

A volte, la fatica di avere un malamute si manifesta proprio in questo sentimento di inadeguatezza come proprietario, pur con tutto l’amore del mondo, pur con le mille e più attenzioni che ogni giorno gli riservo. Avrebbe potuto capitare anche a me quell’incidente, con lo stesso cane o con altri cani, un milione di volte.

Penso al Golden, che si fiondò “a bomba” su Merry in un bosco e Mercurio lo rimise a posto con la postura del corpo, senza mordere. Penso al labrador maschio, che gli piantò le zampe sulla groppa mentre lui era imbragato da sleddog e che, divincolandosi dallo strozzo, ringhiò contro Merry, il quale rispose sonoro. Penso al pitbull che quest’estate era sempre libero nella zona della stazione e che, puntualmente, gli andava contro: ricordo ancora la litigata furibonda che feci con il suo proprietario urlandogli contro, con rabbia: “Nelle zone pubbliche, in paese, il suo cane deve stare al guinzaglio! Non ne posso più che vada contro il mio!“.

Penso allo stesso canetto con cui Merry si è azzuffato: quante volte si sono incontrati e quante volte Merry lo ha avvisato, ringhiando, che stava superando una certa soglia? Quello stesso cane che, settimane prima, aveva aggredito l’amica malamute di Merry, al guinzalgio, tra l’altro. Senza contare tutte le volte in cui, rincorrendo una lepre o un capriolo, avrebbe potuto incontrare altri cani, auto, bambini e avrebbe potuto accadere qualsiasi cosa di spiacevole, dall’essere investito lui per primo al causare danni a qualcuno perché, preso nella foga della rincorsa alla lepre, era totalmente sordo a qualsiasi altro pericolo, richiamo o contesto.

Prima della zuffa con il piccoletto, io stessa, nel mio essere sempre attenta, avevo dei sentimenti più “liberi” rispetto alla gestione di Merry. Gli davo molta libertà, forse anche con incoscienza o sicurezza, perché non mi aveva mai dato modo di retrocedere. Ora mi trovo con il dubbio.

Ci sono momenti in cui mi chiedo se e quanto è pericoloso, per davvero, il mio cane. Non dovrei pensare questo di lui, perché lo conosco, so che è buono – per me è buono – ma, il suo alto predatorio mi spaventa, a volte. Mi chiedo: se un giorno avrò un neonato in braccio, lui come lo sentirà? Come reagirà? Dopo tutto il nostro vissuto, dovrà passare un periodo “esiliato” in box o giardino? Ovviamente no, non sono in grado di fare una cosa del genere. Dovrà stare in casa con la museruola? Potrei e ci soffrirei. Sarò in grado di gestirlo? Lo voglio, con o senza neonato. Sarò in grado di prevenire futuri danni? Faccio il possibile, ogni giorno.

Mi sento molto ansiosa e limitata, anche solo psicologicamente parlando, rispetto alla grande libertà che, prima dell’accaduto, gli davo: Merry era sempre libero nei campi. Ora ogni angolo è un potenziale pericolo immaginario. Da ogni curva potrebbe sbucare un cane. Da ogni lato potrei dover gestire qualcosa di improvviso. Tutto questo non è giusto, né da vivere, né da pensare. Non è giusto pensare alla sterilizzazione come conseguenza di un’azione che lui non avrebbe mai fatto se non fosse stato messo nella condizione di sbagliare.

Dopo tutti i momentanei pensieri negativi sul “peso” di avere un malamute, penso al perché ho scelto proprio lui e mi ricordo che l’ho scelto perché non è un cane normale, qualsiasi, come tutti gli altri. L’ho scelto proprio perché diverso, con doti e sensibilità nettamente “extraterrestri” rispetto a quelle di qualsiasi altro cane meno lupino o per niente.

Penso al suo essere speciale e bello proprio perché fortemente collegato con la natura selvaggia.

A volte mi chiedi se non avevo nient’altro da fare.

A volte ringrazio il cielo per questa opportunità meravigliosa.

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