E se la mamma si innamorasse di nuovo?

[Oggi scrive Merry]

Una cosa strana è capitata. La mamma mi ha portato alla stazione e abbiamo aspettato uno di quei grossi cosi lunghi e rumorosi, che buttano fuori bipedi con bagagli. Ne sono arrivati e partiti tanti e poi, quando la luna era ormai alta nel cielo, la mamma si è alzata ed è andata incontro a un umano maschio.

L’ho sentita vibrare di emozione, ansia, gioia e ho sentito le sue farfalle nello stomaco.

Ho capito da chi stavamo andando: mamma era come me quando vedo una lepre o una pecora. Tremava come me quando annuso il selvatico. L’umano, più calmo, aveva l’odore del desiderio, ma i suoi modi mi hanno detto che potevo fidarmi e che non voleva escludermi.

Ho avuto subito la sensazione di “branco” : quando gli ho annusato le mani e l’ho guardato negli occhi, ho capito che sarebbe stato un buon leader, calmo, stabile, che avrei seguito con piacere.

La mamma aveva le lacrime agli occhi (lui non le ha viste, ma io sì.. perché la mamy la conosco come le mie tasche); lei le ricacciava e non capivo perché: era così bella felice e sconvolta allo stesso tempo.

L’ho rassicurata, leccandola e facendole capire che avevo capito e che accettavo la situazione, la novità e il bipede. Sentivo i suoi ricordi frullare come maracas però l’ho vista sollevare quei massi mentali e scaraventarli lontano, liberando spazio per sorridere e pensare che si meritava quel momento di felicità pura. Sono felice di averlo vissuto con lei e di averla aiutata a credere che poteva sperimentare la magia.

Mamy mi guardava e mi ringraziava, cercava le mie conferme, la mia opinione, mi chiedeva, pur tacendo, se stavo bene ed io le ripetevo che stavo molto bene, che ero solo emozionato, ma a mio agio.

Lui, il bipede, non ha avuto paura di me e mi ha trasmesso la sensazione che aveva già incontrato un malamute e che, nel suo cuore, la zampa era rimasta impressa a fuoco. Sapeva come parlarmi, come toccarmi, come tranquillizzarmi. Mi ha detto subito che non sarei stato il suo capobranco ma, questa volta, la cosa mi ha messo solo tranquillità. Di lui ci si può fidare.

Lui voleva la mia mamma e la mia mamma voleva lui. Sembrava che il mondo fosse scomparso in un attimo. Ma volevano stare anche con me e mi hanno abbracciato, coccolato, mi hanno fatto sentire che c’era un cerchio intorno a noi, un cerchio magico di affetto. In macchina, mentre la mamma guidava emettendo tutte le gradazioni di ormoni dell’ansia, lui parlava calmo e la coccolava, come a volerla rassicurare. Io, sentendo che c’era lui a prendersi cura di lei, mi sono addormentato.

Poi ho capito che avremmo passato la notte insieme, in quel nuovo posto che avevamo iniziato ad esplorare io e mamy nel pomeriggio. Abbiamo ululato alla luna tutti insieme, cantando canzoni antiche di lupi e praterie sconfinate, di onde e correnti, falcate nel ghiaccio e lingue a penzoloni. Non mi capitava da tempo di dormire con un umano nuovo eppure mi sono messo dal suo lato perché mi piaceva la sua presenza, la sua tranquillità, il suo odore buono di serenità. La mamma aveva occhi luminosi nel buio e, anche se taceva, sapevo a cosa stava pensando e cosa le passava per la testa.

E’ stato strano: lei non mi ha reclamato tutto per lei, non ha eretto un muro di difesa intorno a me e mi ha lasciato libero di stare dove volevo, vicino a lui, per tutto il tempo che lo desideravo. Non mi ha continuamente chiesto di starle appiccicato. Ha tolto la cortina di ferro intorno a me e mi sono fatto dei sonni colossali sentendo questa libertà.

Mamy non lo fa mai, con nessuno e per nessun motivo al mondo: lasciarmi nelle mani di un estraneo. La mattina dopo, invece, è andata al lavoro ed io sono rimasto con lui. Cosa abbiamo fatto non posso raccontarvelo perché sono cose da maschi. Quando la mamma è tornata, sembrava così impaziente di farci le feste. Finito il turno, quando siamo andati a zonzo per Udine, ho sentito una cosa nuova: non lo ha mai ripreso sul come doveva gestirmi, lo ha lasciato libero di tenermi come voleva e non si stava mordendo la lingua per imporsi di tacere. No, questa volta no. Non ne aveva bisogno: sentivo la sua anima rilassarsi, piano piano. Scivolare verso la calma.

Si sentiva calma e stava dando fiducia al suo bipede.

Abbiamo incontrato situazioni che, di solito, la mettono in grande ansia e, invece, questa volta, con lui a fianco, che mi gestiva, ha respirato e si è lasciata condurre. Lui sapeva come mettermi in riga, come evitare scontri con altri cani, come tenermi quando non potevo trotterellare libero sul marciapiede. Sapeva anche come guadagnarsi la fiducia di mamma e come farla sentire protetta. Lei, che di solito è un panzer, finalmente si rilassava. La cosa mi ha fatto molto bene.

Sfruttando le mie uscite canoniche, mamy correva per sfogarsi. Eravamo solo io e lei e lei sembrava un’indemoniata presa dalla morsa della paura. Sentiva il cuore diventare crema e, allo stesso tempo, le pareva di avere uno stomaco di sabbia nella pancia. Allora mi prendeva, diceva che dovevo fare pipì, e andavamo nei campi solo io e lei, a correre o camminare veloce fino a quando non si era sfogata. Io non dovevo fare pipì, ma l’accompagnavo volentieri perché sapevo che aveva bisogno di me: ma fa così paura l’amore?

Lui, ogni volta che tornavamo, la aspettava a braccia aperte nel letto. Aspettava che trovasse il suo equilibrio e che gli si riavvicinasse. Lei, sempre in preda all’emozione più forte, si rifugiava fra le sue braccia e io sentivo, capivo, quasi potevo vedere, le sue viscere rilassarsi, come trovando pace ed equilibrio in quel contatto così semplice eppure intimo, genuino e senza parole. Lui capiva che lei aveva bisogno di allontanarsi e poi tornare. Capiva quando mi sradicava dal mio sonno solo per non affogare nell’ansia di provare qualche sentimento troppo forte ed intenso, inspiegabile e folle. E non forzava. Lei andava e tornava e io li guardavo chiedendomi (e me lo chiedo ancora) quando si sarebbero decisi a dirsi le cose importanti. Che ci tenevano l’uno all’altra, per esempio. Che si stavano trovando bene.

Il giorno dopo ho visto mamy felice intensamente. Straripava di gioia ed era quasi incontenibile con i suoi ormoni: abbiamo fatto insieme una corsa in bicicletta. L’ho guardata in viso e ho capito che cosa la rendeva così felice: sentiva di potersi fidare, sentiva che lui stava facendo qualcosa di bello per lei e per me con la voglia di farla felice e di farmi stare bene. Apprezzava tanto questa disponibilità e apprezzava la sicurezza che lui emanava quando passavamo davanti ai cancelli con i cani.

L’ho sentita mordersi la lingua, rimproverarsi internamente, redarguirsi e ricordarsi di non commettere gli errori del passato e a volte, nonostante gli “auto-shampi” mentali, intervenire e sgridarmi se volevo dare una lezione a qualche canetto urlante.Con la coda dell’occhio, me la sono gustata farsi dei discorsi sul non rompere le scatole all’umano: lui non l’ha ripresa e l’ha semplicemente accolta comprendendo che quegli interventi nascevano dall’ansia e non dalla sfiducia verso di lui. Mamy era bella e si sentiva bene.

Al ritorno, condividendo un cestino di fragole e acqua seduti sui sassi della nostra nuova tana, mi sono addormentato vicino a loro ed eravamo un piccolo cerchio. Ho provato a dire alla mamma: “Guarda che lui potrebbe andare bene per te” e lei mi ha risposto: “Lo so, piccolo. Ma dobbiamo essere cauti e non andare di fretta. Vedremo“. Li ho sentiti ridere e, mentre facevano finta di ignorare ciò che stava accadendo, ho posato la mia testa sulla gamba di lui. Mamma ha capito subito che cosa le stavo dicendo (ancora). Ma mi ha ripetuto: “Gioia, non si può correre“.

Chissà se lo rivedrò.

Mamy non me lo dice.

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