Controllo del cane nel selvatico

Controllo del cane nel selvaticoUna della cose più importanti da imparare (e realizzare) con un cane dal forte istinto predatorio – e quindi anche con un alaskan malamute – è il controllo nel selvatico e durante il contatto diretto con il selvatico. Come si può realizzare?

Se, da una parte, è giusto permettere al cane di vivere la sua naturale tendenza all’esplorazione e alla caccia, dall’altra è fondamentale agire in sicurezza mantenendo sempre il polso della situazione, riuscendo ad intervenire, qualora ce ne fosse bisogno, in modo rapido ed efficace per evitare danni al proprio cane, a cose o a persone.

Io e Merry abbiamo avuto molte “discussioni” sulla questione (anche accese) e non abbiamo ancora stabilito un accordo definitivo; Merry ha un fiuto pazzesco ed è in grado di seguire una pista di lepre senza distogliere l’attenzione per molte centinaia di metri. Se la lepre si attiva davanti a lui, la insegue “in bomba”, ma dopo poco lascia perdere perché non ce la fa a starle dietro e perché io, nel mentre, gli ho lanciato tutti i comandi e le “madonne” conosciute in italiano per dirgli di tornare da me. Cosa che fa nel giro di un minuto dal momento in cui la sua attenzione ritorna sulla mia voce e non sul sedere della lepre.

La cosa complicata è interagire con Merry quando è nella foga di caccia e, pur di acciuffare la poveretta, è in grado di coprire distanze considerevoli in pochi secondi. Per questo motivo, scelgo di liberarlo solo in quelle zone dove c’è ampia disponibilità di prati e campi piatti; morì sul colpo più di una volta vedendo fino a dove fu in grado di allontanarsi correndo divertito dietro alla saetta selvatica.

In quei momenti, lavoro di obbedienza o no, non hai a che fare con il tuo caro amorevole cane perfetto nel campo di addestramento. Hai a che fare con un quasi lupo, con l’istinto puro, che ha in testa la gola primordiale della preda viva in bocca, per scuoterla vigorosamente, senza mollare di un millimetro la presa e poi…. beh… mangiarsela.

Un pomeriggio di fine estate, però, nacque un sodalizio da paura: un volatile di tipo falco (ma potrebbe essere anche poiana, non mi intendo di rapaci animali) sferrò un attacco a una lepre, riuscendo a prenderla e a perderla durante il volo. La poveretta, cadendo al suolo, si accovacciò. Merry, in quel momento, era libero. Fu una questione di attimi. Nemmeno secondi. Trovata la traccia e via. Scovò la lepre viva e gli si è accovacciò  intorno, giocandoci come fa il gatto con il topo.

Quando arrivai, trafelata e in modalità friulana DOC (non stavo bestemmiando, dicevo solo il rosario. Giuro!), lui prese la povera bestia in bocca, senza stringere, guardandomi quasi come a dire: “E ora che faccio?“. Fu l’unica volta (fino ad oggi) in cui riuscì a finalizzare un attacco di caccia in modalità lupo con la presa della preda. Con il senno di poi, rivedendo la scena a posteriori, vi dico che in quel momento sbagliai TUTTO: non lo lodai, non gli dissi “Bravo il mio cacciatore!“.

Un vero capobranco malamute si sarebbe comportato diversamente con un suo sottoposto, che aveva appena cacciato per lui. Merry, infatti, mi aspettò. Non fuggì con la preda. Nemmeno quando mia avvicinai. Nemmeno mi ringhiò. Era in comunicazione con me ed io non capì una beneamata mazza di nulla di tutto lo straordinario, che lui stava facendo …. anche per me.

In quel momento, ero semplicemente la me nel panico totale, con mille pensieri a frullo in testa, il cellulare scarico, l’auto lontana 2 km e la più totale inesperienza sulla questione. Feci solo ciò che avevo imparato nel campo di educazione. Agganciai il guinzaglio, gli diedi il “Lascia” (certa che non lo avrebbe fatto…. mi han sempre detto che se avessi provato a farlo mi avrebbe staccato la mano, ringhiando come un orso). La prima volta lo fece, invece, la lasciò. Io in tasca non avevo nessun premio per lui: ero nella fase Lavoriamo-Senza-Wurstel. Rimasi interdetta perché tutto mi aspettavo fuorché il veder aprire la sua bocca e sentire il tonfo della lepre sull’erba. La mia incapacità di reagire e di premiarlo portò lui a decidere in autonomia dando ascolto al desiderio della preda in bocca: la riprese.

Sbagliai di nuovo perché avrei dovuto lasciarlo finire quest’animale ferito o permettere almeno a Merry di fare il suo “giro di trofeo” con la lepre in bocca fino alla macchina. Avendo lui continui problemi gastro intestinali ed essendo in cura, in quel periodo, con antibiotici, il mio pensiero fu semplicemente: “Non se la può mangiare e non la può uccidere“. Forse avrei anche dovuto pensare che, se l’avesse uccisa, sarebbe stato un gesto “naturalmente” corretto perché stava finendo un animale ferito, la cui sorte era sicuramente segnata.

In natura funziona così, non c’era niente di sbagliato (tranne i miei pensieri) in ciò che lui stava portando a termine. I lupi, in natura, cacciano le prede in difficoltà perché sono più semplici da abbattere. Lui si era fiondato sulla lepre ferita per questo motivo…. ben sapendo che, intorno a noi, ne avrebbe potute trovare molte altre disposte a fargli fare un giro di corsa a perdifiato nei campi. In quel momento, pensai solo che non lo avrei lasciato uccidere – e men che meno mangiare – la lepre. Perché? Perché ragionavo con i veti morali dell’essere umano, senza tenere in considerazione Madre Natura in persona.

Lui era sdraiato, accovacciato, con la lepre in bocca. Cercai di aprirgli le fauci e, sbagliando, infilai l’indice sotto le lame taglienti dei suoi denti e … stringendo la preda, mi spezzò in orizzontale un’unghia. Al centro. Uscì del sangue e lui, straordinario come sempre, una volta percepita la mia ferita, lasciò spontaneamente la lepre. Il suo pensiero – pur con la preda lì!!!!!!!!! – fu leccare la mia ferita.

In quell’occasione, non glielo lasciai fare perché l’unghia spezzata mi pulsava e non volevo mi toccasse la ferita aperta dopo aver lasciato la lepre e tutti i germi che aveva di sicuro nel suo pelo. In pronto soccorso, mi fecero aspettare soli 10 minuti poi mi “tetanizzarono” subito e mi ripulirono la ferita. Non prima di avermi detto che avrei dovuto tirargli un secchio d’acqua in testa per fargli aprire la bocca. Io gli chiesi dove si trovano i secchi d’acqua in mezzo ai campi senza irrigazioni superficiali. Così, per curiosità. Lui, Merry, nei giorni seguenti, si sentì profondamente in colpa: ad ogni volta medicazione, mi comunicava la sua partecipazione.

Questa fa parte di quelle cose che, se non le vedi, non ci credi.

Non contenta, comunque, sbagliai ancora! Invece di compiacermi del comportamento del mio alaskan malamute, di come aveva sbugiardato tutti, mi chiesi se questa vicenda avrebbe causato un precedente rispetto all’uso della bocca su di me.

Ora, a distanza di vari mesi dall’incidente accaduto solo e soltanto per mia superficialità nell’agire, posso dire di essere stra orgogliosa di lui.

Falco e Merry, comunque, sono in combutta e, ancora oggi, se il rapace lancia il grido di guerra, Merry parte a razzo.

Un’altro incontro “con il selvatico” addomesticato è avvenuto qualche tempo fa a Campo di Bonis: pecore e ungulati. Questi ultimi erano, per fortuna, chiusi in un recinto serio. Le pecore, invece, erano protette solo dalla rete elettrica con elettricità attiva (per fortuna!).

Merry era al guinzaglio ma, vedendo le pecore, qualcosa, in lui, è scattato e l’istinto di caccia si è manifestato in un lampo. Trascinandomi lungo la strada e il fossato, con me distesa a terra, inciampata e caduta nel terreno ripido, si è fiondato sul gregge. Grazie al cielo la rete elettrica ha fatto il suo lavoro! Si è presa la scossa e… io con lui. E’ andato di sfondamento, diciamo così…. però la rete lo ha fermato, rintronato e dissuaso dal continuare la sua corsa verso gli arrosticini viventi.

[A Campo di Bonis ho visto comparire una scritta enorme in cielo: “Avevo ragione io”. Sì, perché a Roma, dove vivevamo prima, era strapieno di pecore gironzolanti. Non oso immaginare come sarebbe stata la nostra vita circondati da greggi urbani in ogni dove. 😀 In Friuli, almeno, abbiamo più libertà di scelta dei luoghi da frequentare ]

Vi racconto tutto questo per diversi motivi:

  • per non sentirci soli nelle avventure con i nostri cani. Il cane perfetto piace a tutti…. poi la vita reale è un’altra cosa e ciò che si può fare nel campo di educazione è utile, necessario, importante… ma le esigenze della realtà quotidiana sono tante e variegate;
  • Spesso ci si fa rintronare con i giudizi sul proprio cane “cattivo” e… invece… magari non è affatto così. Dipende dai contesti, dalle prospettive e dai metri di giudizio;
  • Voglio farvi conosce una cosa importante di questa razza: l’istinto predatorio è un elemento caratterizzante, è una cosa presente nel dna degli alaskan malamute; ragionano, in parte, come lupi. Se non siete disposti ad accettare questo, a venirci a patti, ad apprezzarlo anche, almeno in parte, non è il cane adatto a voi.
  • l’obbedienza è un percorso valido per costruire il legame di rispetto. Non è l’unico. Ma è importante. Avere un cane cacciatore (e non retriever) che, con la preda viva in bocca, al primo “Lascia”, lui lascia, è una cosa da apprezzare molto

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