Le ali della libertà

alaskan_malamute_udineE poi accadde che, fermandomi a guardarlo negli occhi, mi accorsi che era ora di cambiare ancora. Come quando vai in terapia per anni e poi, quasi per caso, ti fermi e ti chiedi se saresti in grado di farcela da solo, così si palesò il pensiero di smettere i cicli di obbedienza. 

Tra le regole, che mi vennero segnalate per riportare in equilibrio la psiche di Merry, ve ne erano alcune molto dure per lui. La prima era l’isolamento: i nostri percorsi dovevano limitarsi a giri in campagna, in solitaria, sempre e solo al guinzaglio, fino a quando lui non sarebbe stato giudicato idoneo per il contatto “civile”. Niente città, quindi. Niente amici. Niente giochi con nessun tipo di cane. Niente coccole. Niente di niente. Solo contatto di un’ora alla settimana per l’obbedienza e l’indifferenza in campo con gli altri cani. Non poteva giocare con nessuno di loro, al termine della lezione. Doveva stare a distanza di sicurezza, sempre. Lo scopo era togliergli dalla testa di essere il più importante al mondo, abituarlo a stare vicino, lavorare sul richiamo, gestire i picchi ormonali, stemperare gli atteggiamenti dominanti.

Per un cucciolone cresciuto nelle aree cani di Roma, abituato a giocare con cani di tutte le razze e taglie sin dai due mesi di vita, per ore e ore, mattina, pomeriggio e sera, ogni giorno, con il sole e con la pioggia (soprattutto con la pioggia), questa richiesta è stata difficile; per un cane come Merry, che aveva vissuto con una sua compagnia canina persa da poco, che era cresciuto sotto l’ala paterna di un lupo cecoslovacco, che aspettava con ansia l’appuntamento con i suoi amici Golden, che accettava di sottomettersi con i Pastori Tedeschi e i Maremmani, che ha fatto innamorare due Pitbull femmine e una Dobermann, che ha giocato per ore con Jack Russell e bassottine, Chiuhahua e meticcetti di taglia minuscola, è stato molto duro. Penso incomprensibile, dal suo punto di vista. Dal punto di vista dell’educazione, questo doveva servire a tutelare tutti da lui.

Un giorno decisi che volevo indietro il mio cane. Non per ribellione, non scontentezza o sfiducia; si trattò di nostalgia acuta e profonda. Avevo un tarlo nella testa, che continuava a “macinare”: “Possibile che possiamo stare in equilibrio solo se ci appoggiamo a qualcuno che ci dia i comandi su come vivere?“. Mi domandavo anche: “Sono davvero così incompetente e incapace?” e pensavo, mi domandavo, se fosse plausibile pensare a una sorta di dipendenza da campo di educazione. Come fosse qualcosa di simile ad un offuscamento. Merry era solo quello che mi si diceva fosse? Era il drago dipinto di rosso, che aveva ancora bisogno di tanta, tanta, tanta strada educativa prima di poter essere considerato “normale”? Era davvero “anormale”, in un certo senso? Era davvero così “sbagliato”? Più lo guardavo, più mi sentivo male.

Mi mancava il mio Merry. Mi mancava coccolarlo. Possibile che un momento d’affetto lo avrebbe tramutato in un maniaco delle scalate gerarchiche, desideroso solo di sedersi sul trono sopra la mia testa? Questo è un cane? Mancavano anche a lui le coccole e giocare insieme per un tempo maggiore di un tiro di pallina da tennis e riporto, sempre in contesto di lavoro. Mancava il tempo del relax. Non poteva essere che ogni nostro momento insieme fosse solo e soltanto lavoro.

camminata_piede

Vedevo i progressi, ne ero felice, vedevo che mi rispettava di più, che mi ascoltava di più. Eppure c’era qualcosa che creava una sorta di vuoto. Avevo bisogno del mio Merry. Quello che era in grado di stare in mezzo alla gente senza dare alcun problema. Quello che era cresciuto tra le strade affollate di Roma ed era stato in metropolitana con me senza dare nessun problema ai passeggeri, senza sporcare, senza abbaiare e senza mordere nessuno. Volevo indietro quella sensazione, dentro di me, di saper gestire il mio cane anche in contesto affollato. Volevo incontrare persone. Mi mancavano tantissimo le passeggiate di branco con altri proprietari di cani e cani liberi ma ubbidienti, in armonia fra loro, che a Roma vivevamo quasi ogni giorno, pur con tutte le difficoltà del caso.

Dopo tanti mesi di solitudine, presi l’auto e lo portai a Udine, di domenica, durante una piccola fiera cittadina, nel bel mezzo del passaggio della banda, dei giocolieri e di tutta la gente ciarlante. Lui mi dimostrò di essere il cane che è: tranquillo, ubbidiente, non rissoso con i cani che abbiamo incrociato. Le cose prendevano tutt’altra piega, quando si trattava di incontri di socializzazione a distanza programmata. Era nervoso, teso, aveva un fumetto enorme sulla testa, che diceva: “Voglio andare via“. E un giorno decisi che lo avrei ascoltato: andammo via.

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La sua gioia non ebbe eguali. Sganciato il moschettone nel letto del Tagliamento, si fece una corsa lunghissima costeggiando l’acqua, come per scaricare tutta la tensione accumulata. Poi tornò da me, ricominciò a correre e saltare nell’acqua, a giocare e a tornare da me con quella sua espressione felice e la lingua penzoloni. Non era una sua vittoria, l’avermi portato a boicottare un appuntamento (che stressava entrambi) in favore della libertà. Era una nostra vittoria perché ci eravamo capiti e io avevo lasciato il dovere per il piacere: entrambi desideravamo la stessa, identica cosa. Stare in un luogo di pace. Ora lo stavamo facendo.

Guardandolo, mentre camminavamo con fatica nella cittadina coperta di pietre, prima di andare via, mi sono chiesta più e più volte che cosa sarebbe stato giusto fare. Mi chiesi perché, se esisteva un motivo valido e serio per negargli ciò che lui chiedeva: andare via. Mi chiesi se fosse stato giusto colpevolizzarlo e demonizzarlo perché la sua natura lo portava a preferire tutt’altro genere di esperienze, più dinamiche, più avventurose, più da branco vero. E non fui in grado di trovare risposte serie visto che capivo perfettamente il suo punto di vista e non potevo esimermi dal dargli ragione in toto. Non potevo nemmeno lamentarmi sapendo del suo sovrumano desiderio di essere lasciato libero di correre nel fiume, avendo lui molto caldo e molta sete e una grande energia accumulata al guinzaglio. Lo guardavo e pensavo: lui non è un Barboncino, non è uno York Shire, non è un Pincher. Lui è un Alaskan Malamute. Non puoi chiedergli di essere ciò che non è e non puoi dire che ciò che è sia sbagliato come non puoi negare le sue emozioni e la sua insofferenza nello stare in un contesto che tu per prima vivi con molta tensione, da cui vorresti andare via in favore del bosco.merry_covoni_fieno

Lui non è un cane che si accontenta di una micro camminata in una zona assolata a luglio. Non si accontenta nemmeno della lunghina di 6, 10 o 20 metri ogni volta che usciamo nei campi perché il suo istinto lupino gli dice che deve esplorare e la corda lunga lo intralcia, lo annoia e non gli permette di godersi il suo spazio, la sua passeggiata.  Non è quel tipo di cane che si sente appagato nell’aspettare e nel vivere tempi lunghi di movimento. Lui è un cane d’azione, d’andare, camminare, esplorare, fare, nuotare, scoprire e… io sono come lui. Fin nel midollo.

Per questo mi è fin troppo facile dire di sì al richiamo della foresta: perché è ciò che desidero anche io, sopra ogni cosa.arzino_valle

Ed è per questo che lui è il cane perfetto per me e il migliore in assoluto che potessi mai trovare scandagliando tutti i cani del mondo: perché siamo sulla stessa lunghezza d’onda, delle “teste calde” se volete. Lo siamo entrambi. Siamo spiriti liberi, che riconosciamo le gerarchie per rispetto e non per dovere. Siamo capaci di andare via, cercare nuove strade, varcare nuovi confini per pura curiosità, per sfida, per avventura. Proviamo rabbia e, se è il caso, digrigniamo i denti per difendere solo ciò che è giusto difendere. Lui, ciò che rappresenta, è un richiamo potente, viscerale, che ti strappa dal quotidiano e ti porta ad ululare sulla vetta di una montagna che mai e poi mai avresti immaginato di riuscire a scalare.

Quel giorno, quando lasciammo la cittadina per il fiume, passammo tre ore nell’acqua e poi ci addormentammo in una pineta abbandonata. Nel dormiveglia, sdraiata in auto, decisi che ce l’avremmo fatta insieme e che avrei trovato il modo di gestire il mio cane in sicurezza, senza perdere i risultati raggiunti ma, dando più spazio a ciò che lui voleva per stare bene: la natura e la compagnia. Meno di un’ora dopo, eravamo sul sentiero delle cascate, ad arrampicarci insieme ad altre persone e cani, trovando una gioia immensa nel guardare i nostri cuccioli scorrazzare nell’acqua, felici.

Quando dico, con certezza granitica, che il Malamute (e i cani in generale) sa perdonare è perché l’ho sperimentato sulla mia pelle. Merry mi ha perdonato e mi ha dato il suo amore.

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