Questa domenica abbiamo vissuto davvero un’avventura sul Massiccio Del Canin! Il meteo ci sta regalando la permanenza della neve sul sentiero dei fiori e tutto lascia intendere che, a settembre, qualche cumulo sarà ancora presente a queste altitudini.

La meta era il Massiccio del Monte Canin, massiccio carbonato fra i più importanti delle Alpi Giulie Occidentali. In quest’area, nel 2011, è stato scoperto un abisso carsico profondo 495 metri, che ha portato questo rilievo al settimo posto al mondo per verticale di profondità. Gli ultimi dati sulle esplorazioni di questa cavità hanno elevato la misurazione a 630 metri.

Per giungere sulla Sella Bila Pec, ad ammirare il panorama carsico dall’antica postazione italiana dei cannoni della Prima Guerra Mondiale, che puntavano verso la linea del fronte autriaco, sulla Piana del Montasio, abbiamo seguito l’SS13 da Venzone fino allo svincolo per Sella Nevea e, parcheggiato nel primissimo parcheggio, da cui si accede alle piste da sci, abbiamo preso la funivia per salire al rifugio Gilberti. Con noi: Stella, l’akita inu bianca e i suoi umani, esperti nell’escursionismo di montagna.

Sia io, sia Merry, non avevamo mai preso la funivia fino a ieri. Per coloro i quali fossero interessati, l’ingresso ai cani è consentito e non c’è un sovrapprezzo. Il biglietto ha un costo di 10,00€. Devo dire che Merry è stato ineccepibile: siamo saliti sulla pavimentazione bucherellata di plastica, l’ ho legato alla ringhiera per andare alla toilette, siamo passati oltre i tornelli, saliti sulla cabinovia e lui è stato sempre tranquillo, fiducioso, non ha mai dato segni di blocco, agitazione, nervosismo. Vi dico questo perché sono tutti momenti di “stress” potenziale per il cane : entrambi i nostri pelosi, invece, sono stati coraggiosi, in particolare la piccola Stella, più titubante nella salita sulla funivia in movimento.

Il Monte Canin,  supera i 2500 metri di altezza ma, noi, partendo dal Rifugio Gilberti, 1850 metri di altitudine, abbiamo risalito il Monte Bila Pec e Monte Ursic per arrivare sull’omonima sella Bila Pec, da cui si può accedere al versante Nord del Canin. 

Dunque: uscita dalla funivia, ammirato il paesaggio mozzafiato, ho capito che sarebbe stata un’escursione impegnativa ma, confidavo nelle mie guide, persone verso cui ho la massima fiducia e stima.

Lasciato il Rifugio Gilberti alle nostre spalle e imboccate… le rocce innevate sul lato destro, ci siamo incamminati: Merry era felice di stare sulla neve ma, doveva collaborare con me, non farmi cadere, non andare dove lo portava il naso e, cosa più importante, tenere un passo prudente, lento e al mio ritmo. Non è stato facile arrivare a tutto ciò, mi sono dovuta imporre perché la sua idea era di fare “il matto”.

Per quanto comprendessi la sua gioia, avendolo al guinzaglio e, poi, legato alla mia vita con la cintura da dog trekking, avendo anche molte persone intorno, non potevo neanche lontanamente sognarmi di lasciarlo fare ciò che aveva in mente: tirare, andare, giocare. Abbiamo imboccato la neve non ancora molto battuta e abbiamo superato rocce piane e appuntite: la neve era pericolosa perché, ai lati, laddove si stava sciogliendo, emergevano fessure che lasciavano intendere vuoti e altre rocce sottostanti. Un piede in fallo, un errore, una disattenzione e sarebbe stata una caduta assicurata.

Superato il primo tratto difficile, imboccando il sentiero sassoso, che si arrampicava sulla costa del monte, largo a tratti tre piedi, a tratti uno, ho pensato di aver superato la parte più difficile. Quindi, legato Merry alla linea, gli ho dato il comando “Hike” e siamo partiti: se non ci fosse stato lui a “trainarmi” in alcuni momenti, sarebbe stato difficile. Dovevamo stare in fila indiana ed eravamo secondi: di fronte, l’umano di Stella e dietro la sua umana.

D’improvviso, alzo gli occhi verso il proseguo del sentiero e vedo ciò che non avrei mai e poi mai (pensato e ) voluto vedere: un dogo argentino maschio (fortunatamente al guinzaglio), che punta Merry. Con Stella, cagnolina non così troppo lontana al calore (ha 7 mesi e si sta sviluppando). Il sentiero era stretto e, alla mia sinistra, lo strapiombo. La nostra guida è riuscita a trovare un’insenatura dove fermarci, aspettando che il dogo e i suoi umani ci superassero. Come salvarci la vita tutti da sicuro attacco dei due maschi, se si fossero guardati negli occhi e avvicinati?

Mi sono ricordata di un gesto visto in fase di addestramento: ho chiuso gli occhi a Merry con la mano. Gli ho impedito di vedere il cane avvicinarsi e l’altro, non avendo nulla per “agganciare” la sfida, è passato oltre “senza colpo ferire”. Il mio stomaco si è rilassato solo quando abbiamo messo duecento metri fra noi e il cane. alaskan-malamute-neve

Il relax non è durato tanto anche se è stato piacevole. La strada proseguiva….. nella neve, orizzontale alla montagna appena salita. Fino a quel momento, pur vedendo che tutti gli escursionisti imboccavano quella parte di tracciato, volevo essere ottimista e, dentro di me immaginavo di continuare sul sentiero roccioso che, magari, avrebbe allungato un pochino ma, ci avrebbe portati “comodi” in vetta senza per forza dove attraversare orizzontalmente un “costone” di montagna.

Quando ho capito che “non ci sarebbe stata altra via”, la paura si è impossessata di me.

Avevo il cane legato e non era possibile slegarlo (anche se sarebbe stato più saggio, forse. Non avevo neanche le racchette da neve. Avevo solo i miei scarponcini da sterrato, completamente inadatti per una camminata ripida, in pendenza, su neve di luglio.

Non volevo guardare a sinistra perché mi sarebbero venute le vertigini. Guadavo i piedi e Merry era tanto contento di andare sulla neve, lui si sentiva sicuro. Lui. Io, non ricordo come, arrivata a metà, con le gambe dure dalla tensione……. devo aver messo un piede male oppure su un “appoggio nevoso” sbagliato oppure ho perso l’equilibrio e sono caduta, scivolando verso il basso, di pancia, senza sapere come fermarmi, sul costone pendente e verticale, innevato.

Merry mi è venuto addosso per vedere come stavo e, forse, se fossi stata più lucida, dandogli il comando “Avanti-Tira” sarebbe stato in grado di issarmi su fino al sentiero. Ma ero bloccata dalla paura. Sapevo, infatti, che a pochi metri più in basso, c’erano rocce lungo il percorso. Non so a cosa stavo pensando. Ricordo solo una riflessione stupida: “Se mi faccio male, chi riporterà la macchina ai miei genitori?

Per fortuna, l’umano di Stella è venuto in mio soccorso e mi ha “tolto dal panico”, aiutandomi a girarmi, alzarmi e fare altri passi, tenendomi Mercurio. Avevo troppa paura: sono caduta di nuovo. Questa volta, però, mi sono girata da sola e, strisciando lateralmente, rimanendo seduta, ho raggiunto le rocce più vicine, riuscendo a risalire il sentiero solo con il pensiero: “Vai avanti, non fermarti, non fermarti, ce la puoi fare“.

Ripreso Merry e ri-legato alla mia linea, abbiamo ricominciato il percorso di salita che, per fortuna, non ha avuto nessun tipo di problema ulteriore. Merry è stato un angelo: teneva il mio passo e aveva smesso subito di cercar odori o marcature. Si era messo a camminare davanti, aspettando la mia lentezza nel salire.

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Davanti a tale panorama,  mi sono sentita dire: “E’ uno spettacolo! Ne è valsa la pena! Lo rifarei”. Oggi vi direi di no, che non lo rifarei. Ma, probabilmente, un giorno lo rifarò: quando sarò meglio equipaggiata e con maggiore esperienza di montagna.

In cima, oltre alle postazioni della Prima Guerra Mondiale, abbiamo trovato una miriade di fiori. La neve ha ritardato la fioritura di tutte le varietà presenti su questo percorso: ciò nonostante, è stato bellissimo scoprirli, essere immersa nel loro profumo, toccare il cielo con un dito, sedermi a fare un pic nic con i miei 4 angeli di soccorso e riuscire, finalmente, a sorridere.

Credite copyright by M.D.M.
Credit e copyright by M.D.M.

Ora bisognava scendere e c’era solo una strada per farlo: quella appena percorsa. Merry, stavolta, vista la pendenza e la pericolosità in discesa, era passato dalla linea al guinzaglio. Il sentiero roccioso l’abbiamo fatto con l’ordine:”Piede” e “Dietro”, che lui non ha mai messo in discussione. A metà strada, chi ti troviamo?

Un Pincher sull’anziano andante e, alla mia domanda (scontata, cos’altro poteva essere?): “Maschio o femmina” il proprietario ha risposto: “Maschio e morde. E il tuo?” la mia risposta fulminea è stata: “Sì, anche il mio. Cioè, non morde, se gli altri lo mordono, risponde”. Ero troppo nel pallone per tutto, che non riuscivo nemmeno a dire cose sensate.

Cavallo vincente non si cambia: strada stretta, 3 persone, io e due cani maschi che dovevano passarsi a fianco e NON attaccarsi con, a disposizione, 10 centimetri di distanza fra l’uno e l’altro. Bendato Merry con la mia mano, l’ho guidato con la voce oltre il Pincher. Il tempo di tirare un sospiro di sollievo che, mi sono trovata da vanti lo stesso percorso orizzontale, nella neve, da percorrere. Merry è passato di mano all’umano di Stella, Stella è andata con la sua umana e io ho preso le racchette, cercando di non perdere l’equilibrio (il mio lato destro è meno “equilibrato” del sinistro… in genere). Avrò impiegato 15 minuti per fare 20 metri orizzontali obliqui sulla neve! Ma ce l’ho fatta senza cadere. Alcuni tratti, bagnata fradicia per bagnata fradicia, li ho fatti scendendo seduta, come fossi su un bob immaginario.

Abbiamo anche sciolto i cani a correre sulla neve ed è sempre, sempre, sempre, uno spettacolo vederli giocare sulla coltre. Arrivati al Rifugio Gilberti, ho offerto da bere ai miei compagni di escursione perché sono stati l’aiuto più prezioso che potessi avere. Li ringrazio dal profondo del cuore perché mi hanno dato indicazioni, coraggio, fiducia, mi hanno aspettato e soccorso quando ne ho avuto bisogno. Hanno gestito e tenuto Mercurio e sono stati così gentili da pensare persino al mio pranzo e ai biscotti per i cuccioli.

Quest’escursione mi ha insegnato anche che, in montagna, bisogna portarsi dietro anche un cambio di tutta la biancheria che si indossa. Sono stata con i vestiti bagnati tutta la mattinata e, benché ci fossero 34°, presumo che, se avessi avuto un cambio, sarei stata meglio. La montagna è una cosa seria.

Quando sono riuscita a raccontare ai miei genitori ciò che avevo passato, senza rendermene conto, ho pianto. Non sono mai stata seriamente in pericolo di vita. Mi sarei potuta rompere al massimo una gamba o un braccio, credo, se non fossi stata attenta o se avessi continuato a scivolare contro le rocce. O, forse, sì, lo sono stata. Comunque sia, sono felice di essere viva, di avere Merry con me, di aver riportato l’auto ai miei di persona 🙂

Stanotte ho faticato a dormire: chiudevo gli occhi e mi sentivo il piede destro che scivolava nella neve e nel vuoto e io che non riuscivo a fermare la caduta. Oggi, però, va meglio.